Staglieno, un anarco-conservatore piovuto al “Secolo d’Italia”

Ho perso un amico. La cultura ed il giornalismo italiano hanno perso un esempio raro di intellettuale “disorganico” fedele esclusivamente ai propri ideali ed ad una idea di verità purtroppo fuori dal tempo. Il “Secolo d’Italia” s’inchina commosso davanti ad un maestro autentico che ha lasciato nel nostro quotidiano un’impronta indelebile. Con la scomparsa di Marcello Staglieno in tanti ci sentiamo più poveri, quelli che l’hanno conosciuto da vicino e coloro che hanno imparato a stimarlo e ad apprezzarlo leggendo i suoi articoli ed i suoi libri. Personalmente lo piango come una parte di me che se n’è andata senza neppure avvertire, forse, com’era nel suo stile, per non fare rumore, non dare fastidio.

Fu così, che discretamente bussò alla porta del mio ufficio di via della Scrofa in un giorno di primavera del 1998 offrendosi di collaborare con il “Secolo” che dirigevo, dopo la fine della sua esperienza parlamentare che lo aveva portato alla vice-presidenza del Senato della Repubblica. Aveva voglia di ricominciare, di tornare a respirare l’aria della redazione, il profumo della carta stampa, di immergersi nell’adrenalina della notizia che sconvolgeva il menabò. Voleva, insomma, tornare ad essere ciò che era, mi disse parafrasando Nietzsche. E che cosa potevo fargli fare se non associarlo, d’accordo con l’editore  Gianfranco Fini, alla mia direzione come condirettore? Non sperava tanto, per me era davvero il minimo.

Avevo imparato a conoscerlo attraverso la sua attività di giornalista culturale al “Giornale” di Montanelli alla cui fondazione aveva partecipato nel 1974; leggendone i saggi su Bixio e su Longanesi, su Prezzolini e su Junger (del quale era buon amico), su Spengler, Mann e Schmitt (un’altra delle stelle polari che ci legava). Soprattutto su Giovanni Ansaldo, il principe dei giornalisti italiani, dal cui conservatorismo fece derivare il suo. E Marcello conservatore, nel senso più autentico e pregnante del termine, lo è stato fino alla fine, inerpicandosi sulle ardite pareti della modernità e scalandole con l’agilità di un pensiero coerente e coriaceo, formatosi alla scuola di maestri come Montanelli cui volle dedicare qualche anno fa una straordinaria biografia.

Mi passa adesso davanti, con la sua sigaretta pendente dalle labbra. Poi si siede davanti a me e mi riempie di idee e proposte. E ancora con la redazione riunita, umilmente chiede a tutti pareri ed opinioni, senza mai affermare il suo punto di vista sovrapponendolo a quello degli altri, ma sempre con eleganza affiancandosi a ciò che perfino il più giovane ed inesperto dei praticanti aveva da dire. Come se la sua esperienza non contasse, come se il suo nome non significasse nulla.

Marcello rimaneva con me ben dopo la riunione di redazione e tiravamo tardi, fino a pomeriggio inoltrato, diffondendoci nelle nostre discussioni sulla Rivoluzione conservatrice (passione avvolgente di entrambi) o sulle sue tentazioni di romanziere (ne aveva scritti due con l’amico Renato Besana: Lilì Marleen  e Il Crociato) molto belli e suggestivi. Tuttavia la politica covava sotto la cenere. E dopo la sua esperienza parlamentare, ne era rimasto quasi contagiato, ma il tempo per ripeterla non si sarebbe più ripresentato, anche per l’indisponibilità di un partito, Alleanza nazionale, nelle cui liste raramente trovavano accoglienza uomini di cultura. Un’altra occasione perduta non avergli dato l’opportunità di riprovarci.

Nel 2000 si ritirò a vita privata. Riprese a scrivere libri (una storia dei presidenti della Repubblica, un saggio biografico su Arnaldo e Benito Mussolini, un ritratto di Pannunzio in rapporto con Longanesi, l’intervista con Montanelli “anarco-conservatore”, le considerazioni sulla parabola ideologica e politica di Gianfranco Miglio). Le nostre telefonate si diradarono. Ma le rare volte che ci si incontrava era sempre una festa. Poi, un po’ di mesi fa, lo seppi malato. Provai a cercarlo, ma senza esito. Non insistei. Speravo, attraverso comuni amici, di riprendere i contatti. Ieri la terribile notizia.

Con Staglieno il giornalismo colto perde una delle poche figure rimaste in campo. Una volta mi disse di sentirsi un sopravvissuto. Forse lo era, come qualcuno di noi. Resteranno i suoi libri, i saggi sparsi un po’ ovunque, gli articoli disseminati in giornali e riviste. Rimarrà soprattutto la sua umanità;  il suo candore ce lo porteremo nel cuore noi che lo abbiamo avuto compagno di lavoro e maestro nella professione.

Ciao Marcello, che la terra ti sia lieve come ci auguriamo per tutti coloro che confessano di aver vissuto secondo un’etica rigorosa e fedeli a principi che nessuna moda è riuscita a piegare.