Soldi ai partiti: ora il ceto politico faccia sul serio, senza ulteriori prese in giro

Qualche giorno fa da queste stesse colonne spronammo la “strana e fragile” maggioranza che sostiene il governo Letta a prendere coraggio, abolendo il sistema attuale di finanziamento pubblico dei partiti. Ieri, tramite twitter,  il presidente del Consiglio ha annunciato il varo, entro la prossima settimana, di un disegno di legge che cancella “il male assoluto” e lascia ai privati la scelta di finanziare i partiti politici, in assoluta trasparenza. Avanzammo anche qualche idea in proposito, rilanciando il contenuto di una proposta di legge presentata in Parlamento nella passata legislatura (la n.5136 del 18 aprile 2012). Essa individua meccanismi fiscali  a vantaggio di chi versa contributi  in denaro e strumenti di controllo abbastanza efficaci per evitare raggiri e indebite scalate ai fortilizi partitici da parte delle  lobbies  economico-finanziarie.

Ora c’è da augurarsi che si faccia sul serio. Che non accada come in passato. Dove il “passato” non è poi così lontano. Appena un anno fa, sotto l’incalzare degli scandali, il Parlamento fu costretto a ridurre i rimborsi elettorali . Con un perverso effetto moltiplicatore, quei contributi si erano incrementati  a dismisura e finivano con l’impinguare le casse anche di partiti e movimenti  ormai privi di rappresentanza parlamentare. Un’orgia di denaro che puntualmente serviva ad alimentare apparati e campagne elettorali sempre più dispendiose. Un’autentica beffa nei confronti dei cittadini che pure , anni prima, si erano pronunciati con il referendum per l’abrogazione di quelle norme. Fatto sta che, alla fine, la maggioranza di allora, che è la stessa di oggi, varò un  provvedimento che, pur riducendo il malloppo, lasciava di fatto inalterato il sistema.

Quel che ora non si potrebbe più sopportare, come dice Arturo Parisi (uno dei pochi parlamentari , compreso il sottoscritto, che si opposero a quella ennesima presa in giro), “è la totale dissociazione tra parole e fatti, tra promesse e risultati, che i partiti vanno seguendo ormai da tempo”. “Per essere credibili, prima di avanzare nuove proposte, il governo deve spiegare perché quello che viene proposto ora non è stato fatto in passato”. I  “riformatori” di oggi sono gli stessi che a quelle riforme si sono opposti un anno fa.  Eppure, un anno fa, erano già assai evidenti i sintomi del malessere che pervadeva l’opinione pubblica. Non ci voleva certo un indovino per capire che il sistema politico era arrivato al capolinea. Che, nel cuore della vecchia politica, come scrive  Aldo Schiavone, stava nascendo a furor di popolo una specie di “contro democrazia”, di “democrazia della sorveglianza e della sfiducia”, incompatibili con la sopravvivenza del quadro di regole e di prassi che ci ha accompagnato finora.

Bastava aprire gli occhi. Rendersi conto  che, quando si sgretola un tessuto di abitudini, di istituzioni, di fiducia; quando si spappolano le forme di democrazia interna ai partiti e tutto si riduce ad un gioco di élites oligarchiche  il cui unico scopo è sopravvivere a se stesse; quando si marcia a colpi di delegittimazione reciproca nell’arido Agorà cui è ridotto il Parlamento italiano e ci si lascia imbavagliare da una soffocante rete di rinvii, di attese, di distinzioni: quando tutto questo accade e non c’è nulla che aiuti a bloccare un simile processo di consunzione, non ci si può sorprendere  che accada l’ “imprevedibile”.

Dopo l’uragano, si spera, arrivi  il sereno. Dove l’uragano si identifica con la radicalità della domanda di voltar pagina che, in qualche modo, è affiorata dalle urne, vuoi con l’affermazione del Movimento  di Grillo, vuoi con il massiccio astensionismo, vuoi con la sostanziale ingovernabilità, frutto di quell’altrettanta legge scellerata che risponde al nome di “Porcellum”.  Il punto è che una tale esplosione di discontinuità, questa richiesta impellente e non più rinviabile di cambiamento della politica, delle sue regole, del suo status, del suo modo di essere, avviene nel bel mezzo di una crisi  tremenda, dello scompaginamento totale dei paradigmi che finora hanno governato alcune certezze nel campo sociale, economico e finanziario.

Ci troviamo, insomma, al cospetto di un complesso di criticità che alimenta la diffusa convinzione che non si tratti più di una contingenza di ciclo, ma di qualcosa di più vasto e profondo. Qualcosa che somiglia molto ad una progressiva decadenza. Ad una perdita di senso collettivo. Ad una caduta di valore comunitario. Ad una inestricabile rete incapacitante che tutto afferra e tutto annulla. Per superare questo stato angoscioso e angosciante, c’è bisogno di una nuova energia, di una nuova vitalità inebriante un ceto politico spento, arruffone e , spesso, inadatto per le grandi sfide. Ci vuole un ceto politico che susciti nuove speranze e alimenti nuove idee. Che non tema il vuoto che ogni cambiamento minaccia di provocare. Nell’attesa, ci potremmo accontentare se, almeno questa volta, sul finanziamento dei partiti si  faccia sul serio. Senza mistificazioni. Senza spacciare per oro colato il bagliore di un raggio di luce riflesso  su un metallo grezzo e poco prezioso.