Sì all’abolizione del finanziamento pubblico, consenso bipartisan. Ma era una proposta del centrodestra

«Presa per il culo», «Ennesima sparata», «Solito bluff», sono i commenti dei grillini alle parole del premier Letta che annuncia l’accordo sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. E non potrebbero essere commenti diversi, giacché i Cinque Stelle si sono visti scavalcato sul loro cavallo di battaglia dall’odiato Pdl dell’odiato Berlusconi. Sì, perché se c’è qualcuno che può a ben diritto rivendicare la primogenitura del provvedimento è proprio il centrodestra, che da sempre lo propone. «Nel Cdm di oggi abbiamo trovato l’accordo sull’abrogazione del finanziamento pubblico dei partiti. Ora la Ragioneria deve preparare le norme fiscali del ddl», ha infatti cinguettato Letta su twitter poco dopo le 14. E subito gli ha fatto eco il ministro delle Riforme costituzionali Quagliarello, sempre sul social network: «Sono al lavoro sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, serietà e trasparenza senza cedere all’antipolitica e senza sopprimere la democrazia. La prossima settimana l’impegno di oggi diventerà testo di legge», dice. Soddisfazione comprensibile un po’ da tutto il centrodestra, da Anna Maria Bernini, senatrice e portavoce vicario del Pdl, alle ex ministre del Polo Mariastella Gelmini e Mara Carfagna, alla parlamentare Dorina Bianchi, a Giancarlo Galan, Pdl, presidente della commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera. L’unica voce del centrodestra problematica è quella di Fabrizio Cicchitto: «Nutro dei forti dubbi sull’abrogazione totale del finanziamento pubblico ai partiti. Come al solito in Italia si passa da un estremo all’altro. Il risultato finale, a regime, sarà che quattro o cinque lobbies, quale che sia la loro regolamentazione, spadroneggeranno in Parlamento, negli Enti locali e nel Paese», ha affermato. Come dargli del tutto torto, soprattutto se si considera che dalla Francia alla Germania, passando per gli Usa, il finanziamento pubblico ai partiti, con modalità e forme diverse, è previsto ovunque. E se in Italia il Cdm ha trovato l’accordo sulla sua abrogazione, la Germania ha fissato, per il 2013, il tetto più alto della storia della Repubblica federale per finanziare le forze politiche. In Francia i partiti hanno un finanziamento pubblico proporzionale ai risultati del partito alle precedenti elezioni politiche. Persino nella sobria Gran Bretagna, dove gran parte del finanziamento ai partiti arriva da donazioni private, c’è comunque un contributo pubblico, che nel 2012 è stato di 8,8 milioni di sterline (11,3 milioni di euro). In Spagna, pur essendo misto, c’è: tramite rimborso elettorale, in base ai seggi conquistati (almeno uno) e sui voti conquistati e con finanziamenti privati. Nel 2011 il totale di quello pubblico è stato di 131 milioni (2,84 euro per abitante): 86,5 milioni di contributo e 44,5 come rimborso elettorale. Negli States, infine, il sistema pone al centro i candidati, non i partiti, e prevede sia finanziamenti pubblici che privati. Quello pubblico è previsto solo durante le campagne elettorali. Ma ogni candidato può decidere di usufruire del denaro raccolto presso privati attraverso i cosiddetti fundraiser, oppure attraverso i comitati elettorali o attraverso le donazioni dei singoli cittadini. Un sistema che solleva crescenti dubbi sulla dipendenza dei politici dalle lobby. Insomma, i dubbi di manicheismo rimangono, ci possiamo consolare ricordando che se fu un democristiano, Flaminio Piccoli, che attivò i finanziamenti nel 1974 per combattere la corruzione, oggi è stato un altro ex Dc a decretarne, la fine. Fu votata da tutti, anche dal Pci (ma non dal Pli) la legge Piccoli: ma i radicali lanciarono subito la loro battaglia contro e nel ’78 presentarono il primo di una lunga serie di referendum che però non raggiunse il quorum. Solo con la consultazione del ’93, sempre per iniziativa dei radicali, che proposero un nutrito pacchetto referendario, il finanziamento pubblico fu bocciato a furor di popolo, sull’onda emotiva di Tangentopoli che scoperchiarono un sistema di corruzione radicato e senza precedenti. Quasi un plebiscito, dunque, che però fu bypassato dalle forze politiche che fecero rientrare dalla finestra ciò che era stato spinto fuori dalla porta. Infatti bastò sostituire nella normativa, l’espressione “finanziamento“ con “rimborso elettorale“ e il gioco fu fatto. Almeno fino a oggi.