Scuola, un flop il referendum di Bologna: al voto il 27 per cento. La “crociata” laicista dell’ultrasinistra non paga

La crociata ideologica a sinistra non paga più da un bel po’ di tempo e la conferma si è avuta a Bologna, dove il tanto atteso – da Sel, M5S, Fiom e sindacati di base – referendum sui finanziamenti comunali agli istituti privati  non scalda i cuori dei bolognesi: neanche uno su tre è andato alle urne. Il risultato finale ha premiato i promotori che chiedevano di destinare quelle risorse, circa un milione di euro ogni anno, alla scuola pubblica. L’opzione A ha prevalso con il 59% contro il 41% della B, ovvero quella in difesa dell’attuale convenzione pubblico-privato che aveva creato un equilibrio sostenibile tra le richieste delle famiglie. Il quesito è stato invece impostato dai promotori in maniera ideologica, come un plebiscito tra opposte tifoserie, tra gli ultrà della scuola pubblica e quelli della scuola privata. Il che non era una lettura realistica della situazione bolognese, dove il problema, alla fine, per le famiglie è trovare un posto peri propri figli laddove la scuola pubblica non è più in gradi di rispondere a tutte le richieste.

Infatti, nonostante per l’opzione A l’ultrasinistra – in rotta tra l’altro con lo stesso sindaco Pd, Virginio Merola- avesse investito molto, richiamando o testimonial a livello nazionale, arrivando a far temere la rottura nella stessa maggioranza di centrosinistra che guida la città, i bolognesi si sono sottratti a questo schematismo vecchio stile, facendo registrare un’affluenza sotto al 30%, fermandosi al 28,71%. Nonostante ai seggi sia andato meno di un bolognese su tre, nel quartier generale dei referendari si vive in un altro mondo e si è cantata vittoria già prima dell’inizio dello spoglio.  La realtà è che si è trattato del «referendum comunale meno partecipato della storia di Bologna», ha sottolineato Alessandro Alberani, segretario della Cisl. Il referendum aveva un carattere consultivo e dunque, la palla adesso torna di nuovo in mano al sindaco  Merola, che nei giorni scorsi, all’apice della campagna elettorale che lo ha visto scontrarsi duramente con Nichi Vendola (Pd e Sel, alleati in maggioranza, erano divisi dalla consultazione), aveva detto che qualsiasi fosse stato il risultato, non avrebbe fatto cambiare direzione all’amministrazione: Chiamare “alla conta” i bolognesi, dunque, ha avuto più il significato di sbandierare il vessillo del laicismo dell’ultrfasinistra che calarsi nei problemi reali della scuola. Tra la crociata ideologica e il buon senso, ha vinto il buon senso. Con buona pace dei promotori.