Rispettare la parola data, costi quel che costi? Per il Pd non s’ha da fare, è contronatura

Giocano con le parole, si aggrappano a qualsiasi escamotage verbale, cercano di mischiare le carte, un po’ da giocolieri e un po’ da illusionisti. La vicenda dell’Imu sta avendo risvolti grotteschi: non si discute se sia o meno un’imposta ottocentesca, se sia fondamentale per le casse statali oppure se invece rappresenti solo una piccola fetta di una torta ben più ampia. L’unica cosa che interessa al centrosinistra è valutare l’impatto elettorale: sondaggi alla mano, la soppressione dell’Imu rischia di portare voti a Berlusconi e quindi non s’ha da fare. Se però accade il contrario, tutto a posto, la si può togliere a tutti, a ricchi e poveri, a biondi e bruni, ad alti e bassi.  Nessuno, nel Pd, si pone il problema di quanto – nelle condizioni economiche in cui versano gli italiani – incida la stangata-bis sulla prima casa. Ma soprattutto emerge un elemento che potrebbe danneggiare ulteriormente l’immagine della politica: l’incapacità di mantenere fino in fondo un impegno preso, alla faccia del pacta sunt servanda. È storia già scritta, infatti, che la nascita del nuovo governo è stata determinata da precise condizioni, una delle quali – se non la principale – era proprio la cancellazione dell’Imu. Ed è il motivo per il quale Enrico Letta, in questi giorni, si sta trovando in imbarazzo, diviso tra la parola data e gli sgambetti dei soliti noti del Pd, di quelle Rosy Bindi che – come via maestra – hanno l’antiberlusconismo e l’interesse esclusivo di partito. Eppure tutti sono consapevoli che per far ripartire l’economia non ci si può limitare alla cassa integrazione per chi ha perso il lavoro, con quei pochi spiccioli nessuno può pensare di aumentare i consumi. E nessuno può raccontare in giro la favoletta che togliendo l’Imu sulla prima casa si fa un regalo ai ricchi. Demagogia pura, visto che solo il 7,2% del gettito relativo alla prima casa riguarda contribuenti con più di 75mila euro lordi l’anno di reddito. Del resto basterebbe guardare all’abolizione dell’Ici, effettuata a suo tempo dal governo Berlusconi, per capire che non si pensa affatto di beneficiare gli  ultramilionari: allora come adesso il Pdl ha portato avanti e realizzato il mantenimento dell’imposta per le abitazioni di lusso, le ville, i palazzi, i castelli e altri immobili del genere, anche se adibiti ad abitazione principale. L’incongruenza c’è, ma per motivi del tutto opposti.  «A nessuno sfugge – rileva il presidente di Confedilizia, Corrado Sforza Fogliani – l’assurdità di un’imposta che colpisce indisciminatamente gli immobili affittati e anche gli inagibili o quelli che non producono alcun reddito». Ecco, il problema è proprio questo. Quindi Enrico Letta non ascolti i cattivi consigli e rispetti i patti. Per non perdere la faccia.