Il mio ricordo di Ottavio Missoni, il “mago dei colori”

Il “Mago dei colori” non c’è più. Ottavio è salpato. Ha staccato gli ormeggi. Per sempre.  Scompare un protagonista assoluto dello stile italiano, dell’unicità italiana.  Impossibile sintetizzare in poche righe una straordinaria e pluridecennale avventura artistica e imprenditoriale: le linee Missoni — un gioco geniale di tinte e geometrie, un’esplosione cromatica capace di coniugare Depero, Balla con l’“art primitive” — hanno rivoluzionato il mondo della moda e del design. Nei laboratori di Sumirago Ottavio e Rosita — moglie, amica, consigliera preziosa — hanno dato forma a una visione originale e vincente del Made in Italy. Ben prima di James Hillman e della psicologia archetipa, i Missoni avevano compreso che la bellezza è utile, pratica e funzionale; solleva la mente a valori permanenti e verità eterne; finisce per essere ciò che è semplice, piacevole, facile. Una missione a cui rimasero sempre fedeli, anche e soprattutto quando la loro azienda —  orgogliosamente familiare, la “bottega” come amava definirla Ottavio — crebbe e s’impose sui mercati internazionali.

Un successo pieno su cui il “Mago” non amava dilungarsi. Anzi. Ogni volta che accennavamo al suo lavoro Missoni  iniziava — in quel nostro dialetto pieno vocali aperte, di zeta troppo pronunciate e, come si conviene ad un’antica “lingua franca” del Mediterraneo, frammischiato di voci slave, echi orientali, risonanze germaniche — a sdrammatizzare, a minimizzare, a riderne.  Nulla di strano. A cena si mangia, si beve, si ride e non ci si scoccia con noiosità e domande inutili…

Con garbo e levità tutta dalmata, Ottavio riusciva ad ironizzare su (quasi) tutto. Con gran scandalo dei (finti) reduci e d’improbabili “guerrieri” sorrideva anche sugli anni della guerra, della prigionia, dell’esilio. Ancora lo scorso ottobre a Monza, ospite d’onore ad una ricorrenza della battaglia di El Alamein, sconvolgendo il ritualismo istituzionale iniziò a raccontare con divertita ironia i combattimenti, la cattura, la scelta dopo l’8 settembre di non cooperare con i vincitori. Già, Ottavio Missoni preferì — come Gaetano Tumiati, Giuseppe Berto, Alberto Burri, Roberto Mieville, Antonino La Russa, Beppe Niccolai e tanti altri — la reclusione nei “fascist criminal camps” piuttosto che arrendersi una seconda volta ai “liberatori”. Una scelta d’orgoglio che lui liquidava con una battuta «non gavevo voja de lavorar per sua maestà britannica »…

Su una sola cosa non scherzava: il ricordo di Zara, la città perduta della sua infanzia, e il titolo di sindaco — un titolo assolutamente onorifico e simbolico di cui era terribilmente fiero — del suo “comune in esilio”. Un esile filo che li ricordava una civiltà scomparsa, la Dalmazia veneta, la nostra piccola Patria schiacciata tra la Balcania e l’Adriatico, stritolata dai nazionalismi e dalle follie del Novecento. Un mondo violentato, smembrato, cancellato. Per sempre.

Da qui l’impossibilità di un nostos; a differenza dell’eroe omerico, per Ottavio e per i nostri vecchi non vi era più nessuna Itaca, alcuna casa ad attenderli. Penelope, Telemaco, Argo se erano andati da tempo. La Storia ha inghiottito tutto e tutti. Con voracità. Rimane soltanto il ricordo e una patria ormai immaginaria. Da qui il riserbo e il rifiuto della retorica. Come ricordava Gian Micalessin su “Il Giornale” quando lo chiamavano a parlare della sua terra “Tai” esordiva sorridendo «ma xe proprio tuti mona, me ciamè per dirve sempre le stese robe, no xe stufi?».

Non a caso per i professionisti della diaspora istro-dalmata — i soliti furbi che hanno lucrato sulla tragedia dell’esodo — Ottavio Missoni era un personaggio disturbante. Come ha acutamente notato Giorgio Ballario su Barbadillo.it, Missoni si è sempre rifiutato di fare della tragedia del confine orientale “un mito incapacitante, un’ossessione fissata nel passato”. Da qui molte incomprensioni e qualche meschinità. Ottavio se ne fregava, sorrideva, “tanto xe solo dei mona”…

Magnifico ragazzo novantenne Ottavio Missoni ha conservato sino all’ultimo allegria, curiosità. Poi la tragedia di Vittorio, il figlio inghiottito dalle onde dei Caraibi lo scorso gennaio. Un colpo durissimo per la vecchia quercia ragusana. A febbraio Mara ed io lo incontrammo in piazza San Babila, un lungo abbraccio. Ci strinse con forza le mani e ci confidò di non aver più speranze ma «forse xe mejo cussì, a Vittorio ghe piazeva tanto il mar e allora mejo là soto che in un buso». L’altra notte Ottavio si è spento in silenzio nella sua casa di Sumirago. Per lui l’esilio è finalmente finito.