Quando il leader dc era amico di Sordi, amava il cinema e detestava i neorealisti

Dal cammeo nazional-popolare nel taxi di Alberto Sordi (Il Tassinaro) all’istituzionalizzazione divistica di Paolo Sorrentino (Il Divo), Giulio Andreotti, notoriamente appassionato del grande come del piccolo schermo, ha sempre guardato con rispetto alla settima arte, a cui riconosceva enormi potenzialità meta-culturali e un ruolo cruciale nella gestione della cosa pubblica. E sin dagli inizi della sua storia politica quando, già nel ’51, al suo primo incarico di governo, avendo ricevuto da Alcide De Gasperi la delega biennale allo Spettacolo, il neo-sottosegretario cominciò a promuovere concretamente il cinema nazionale, consapevole di tutto il suo potenziale propagandistico e del potere di persuasione che il media popolare per eccellenza esercita nella formazione delle coscienze dei cittadini. Risalgono a quegli anni, infatti, le controversie mosse dal neorealismo italiano, che furono indirizzate contro un utilizzo della produzione filmica funzionale ad una strategia politica tesa ad usare il discorso cinematografico per stigmatizzare sul grande schermo l’immagine edificante di un Paese in ripresa. Un intento che mal si sarebbe coniugato con il ritratto più nero che bianco dell’Italia neorealista. Il fatto è, insomma, che ad Andreotti il cinema di De Sica e Rossellini piaceva davvero poco: e secondo la vulgata il senatore a vita avrebbe sintetizzato la sua siderale distanza affettiva e ideologica per il disfattismo neorealista con la celebre frase «i panni sporchi si lavano in famiglia», credenza popolare sulla cui veridicità ancora ci si interroga. Una parentesi che non avrebbe mai compromesso comunque il riconoscimento del grande impegno profuso dal leader Dc a sostegno dell’industria di celluloide: riconoscimento assolutamente bipartisan, che incluse persino l’elite intellettuale comunista. Del resto, porta la sua firma il decreto di riapertura di Cinecittà, la legge a tutela della produzione industriale, l’impegno per la protezione dell’identità nazionale. Si capisce, dunque, perché Andreotti fu più amato dai produttori che dagli artisti: con l’eccezione di alcuni insigni protagonisti dello spettacolo, Aberto Sordi in testa a tutti, con il quale il senatore Dc creò un legame di sincera amicizia. Il suo proverbiale gusto per la battuta sagace e per l’aforisma rivisitato hanno nel tempo accreditato di lui un’icona mediatica cresciuta di pari passo con l’immagine più compassata legata al suo ruolo istituzionale. E da Gli onorevoli del ’63 con Totò a Il tassinaro di Alberto Sordi dell’83, fino alla pubblicità per una nota carta di credito, il “Divo Giulio” ha sempre accettato di giocare volentieri con quell’immagine. Attento però a prendere le distanze invece da quei cloni di celluloide che sul grande schermo additavano in lui il simbolo del lato oscuro della politica italiana: da Il Padrino III di Francis Ford Coppola (1990) a I banchieri di Dio di Giuseppe Ferrara sul caso Calvi (2002), fino all’apoteosi noir de Il divo di Paolo Sorrentino. Un ritratto che non non aveva gradito ma che, diplomaticamente, da grande politico, riuscì a stroncare senza demonizzazioni di sorta, consapevole semplicemente che «il potere logora chi non ce l’ha»…