E il Divo Giulio, per trattenere Falcao alla Roma, inventò che persino il Papa….

Dal Divo Giulio al Divino Paolo Roberto Falcao. L’attaccamento di Giulio Andreotti alla Roma era nota a tutti, ma non sono molti, fuori dalla Capitale, che conoscono il legame di amicizia speciale che legò i due fuoriclasse della politica e del calcio. Due tattici per eccellenza, il sopraffino fiuto politico dell’uno, la grande intelligenza calcistica del brasiliano, che appena venuto a conoscenza della scomparsa del suo primo tifoso di allora, ha voluto parlare dal Brasile di questa amicizia che segnò la sua permanenza nella Capitale. «Avrei voluto stare di più con lui, ci siamo visti poche volte, ma in ognuna di queste occasioni era come se fossimo stati amici da sempre», ricorda Falcao. «L’intesa tra noi era spontanea e c’era affetto reciproco». I due sono accomunati nell’immaginario collettivo soprattutto da un famoso episodio legato all’Inter, che consegna alle cronache un Andreotti che mosse mari e monti pere trattenere il “gioiello” giallorosso alla Roma. L’episodio parla di un Falcao che si accorda dopo lo scudetto dell’82-’83 per passare in nerazzurro e Andreotti che blocca il trasferimento del numero 5 della Roma di Liedholm. Per bloccare quella “scappatella” all’Inter mise in campo tutte le sue carte: fece una telefonata a Fraizzoli, patron dell’Inter e – audite audite-  mise di mezzo addirittura il Papa, facendo credere a mamma Azise – la mamma del fuoriclasse – che la richiesta di una permanenza di Falcao arrivasse perfino dall’alto che più alto non si può, dal Pontefice. «Ma io sarei comunque rimasto, nonostante le tante offerte ricevute», racconta il brasiliano. Ma Andreotti era troppo intelligente. «Quello era un momento importante anche politicamente: se non ricordo male, in Italia era tempo di elezioni…». Di lui ricorda una battuta: «Eravamo al Processo di Biscardi il lunedì dopo lo scudetto. Gli chiesero se, da bravo italiano, avrebbe tifato per la Juventus impegnata contro l’Amburgo pochi giorni dopo, nella finale di Coppa dei Campioni. Lui rispose semplicemente “mi astengo”. Era un politico, ma diede una risposta simpatica e soprattutto sincera: in quegli anni la Juve era la nostra grande rivale». Perché Andreotti solo per la Roma poteva fare un’eccezione: schierarsi per una volta contro il potere.