Qualcosa si è rotto anche tra i grillini e le icone che avevano infiammato il suo esercito del web

Abbandonato anche da Stefano Rodotà. Alla fine ci farà un po’ pena questo Grillo esagitato e piagnucoloso che non ha ancora fatto capire che cosa vuole dal mondo, dal suo movimento, da se stesso. Prima l’ha lasciato la Gabanelli, poi l’icona per eccellenza, quel “Ro-do-tà” che ha infiammato il web nei giorni dell’elezione del presidente della Repubblica. Qualcosa si è rotto. E difficilmente si riattaccherà. Il giurista ha rilasciato un’intervista al vetriolo al Corriere della sera nella quale dice, sostanzialmente, che la Rete  non basta, ci vuole la politica. Già, materia quest’ultima che Grillo non sembra maneggiare con quella stessa dimestichezza con cui infiamma (infiammava?) le platee adoranti.

Dalle dispute interne alle  minacce ai dissidenti, quindi le espulsioni con relative ritorsioni (giornalistiche) da parte di coloro messi sotto accusa, inoltre il servizio sgradito di Report sui finanzimenti al M5S e conseguenti fatwe del guro contro la malcapitata risultata prima votata alle “quirinarie”, infine la lettera della presidente del gruppo alla Camera, Roberta Lombardi, alle presunte “spie” che passerebbero notizie agli invisi giornalisti: un lettera che è un capolavoro di volgarità che neppure ci azzardiamo a riportare è stato un crescendo di toni da parte della componente più vicina a Grillo che ne hanno messo in evidenza la inanità politica e la insostenibile leggerezza di un proigetto politico. Adesso  a tutti è evidente che i nervi sono saltati.

Attendiamo la reazione all’intervista di Rodotà. Non si farà attendere. Ed i contenuti sono prevedibilissimi. Cosa ha detto il “presidenziabile” dei Cinquestelle? “La rete da sola non basta. Non è mai bastata. Guardiamo l’ultima campagna elettorale: Grillo è partito dalla rete, poi ha riempito le piazze reali con lo tsunami tour. Ma ha ricevuto anche un’attenzione continua dalla televisione. Se si vuole sostenere che c’è una discontinuità radicale con il passato non è così: anche per Obama è stato lo stesso. Si parte dalla rete, ma poi si va oltre”. Insomma, Rodotà ha demolito il Moloch grillino aggiungendo che “non hanno capito che la rete non funziona nello stesso modo in una rete locale o su scala nazionale. Puoi lanciare un attacco frontale, ma funziona solo se parli al Paese”.

E poi l’affondo finale che è la sconfessione più radicale del grillismo: “I parlamentari a 5 Stelle devono avere la libertà di lavorare. In alcuni casi lo stanno già facendo e ho sentito interventi di qualità”. Come dire: l’irreggimentazione è il tallone d’Achille per un movimento che dovrebbe essere libero e non dominato da consorterie e logiche di potere il cui fine non può essere altro che quello di eterodirigere gli eletti.

Ecco, Grillo ha perso per strada anche Rodotà. L’ultimo “mito” che gli restava. Peccato che il giurista, solitamente accorto, si sia lasciato trascinare dal grillismo in un’avventura senza sbocchi che ha contribuito a dividere ulteriormemte la sinistra, mentre avrebbe potuto prendere le distanze immediatamente rendendosi conti che l’antipolitica del comico non poteva in nessun modo coincidere con il suo rigore costituzionale e con le forme della politiche alle quali lui ha sempre tenuto fede. Fortunatamente se n’è accorto di fronte alla disfatta elettorale del Movimento le cui ragioni sono tutte interne ed è infantile attribuire la “caduta” agli elettori, quelli che quando si perde non hanno capito. Il refrain di Grillo anche questa volta ricalca gli stereotipi della peggiore politica del passato. Alla faccia del nuovo. Per Rodotà è meglio stare alla larga da una compagnia combinata nel modo che vediamo.