Pannella: «Quante battaglie “contro”, io e Giorgio, uniti da una strana amicizia fatta di rispetto e pudore…»

Pubblichiamo un articolo tratto dal libro sui 60 anni del Secolo d’Italia a firma di Marco Pannella, che ricorda il suo rapporto leale con Giorgio Almirante.

Su Giorgio Almirante? Vi racconto solo qualche episodio che reputo importante perché mi ha aiutato a comprenderlo. Il primo è questo: non ci saranno né missini né altri che sono stati consiglieri comunali come me con Almirante in quattro comuni diversi. Sono stato “collega” con lui a Roma, a Trieste, a Napoli e a Catania, tutti luoghi dove il Msi raggiungeva risultati importanti. Trieste, soprattutto, fu molto significativa come esperienza: dato che il Msi si era schierato ferocemente contro il patto di Osimo, mentre io ero invece a favore. E immaginate, con tutta quell’atmosfera patriottarda, che cosa poteva significare. Per cui capitava che io e Almirante ci potessimo scontrare contemporaneamente in due città. Io lo chiamavo «Giorgio», lui a me dava del «Pannella». Tranne una volta. Mi disse «Marco» – eravamo alla Camera – mi chiamò per nome: gli è sgorgato. Perché? Agli inizi degli anni ’70 avevamo bruciato in pubblico, sottolineando l’assenza di democrazia, i certificati elettorali. E, contemporaneamente a questo, stavamo decidendo di non presentarci: cosa che pensavamo di fare, appunto in quell’83. Quando gli spiegai quell’anno che avremmmo voluto non presentarci per marcare il carattere non democratico, lui mi chiese: «Ma tu la fai davvero questa cosa?». Risposi di sì. «Marco» disse a questo punto «se avessi la tua età lo farei anch’io». Questa confessione, come quel “Marco” che accadeva non usualmente, mi colpì: tanto è vero che ho capito la circostanza e ci siamo abbracciati. Un altro episodio mi è stato raccontato da Fini, e risale a quando sono stato invitato per la prima volta al congresso del Msi dell’82. La sera prima Almirante riunisce il servizio d’ordine: viene Pannella, dice ai suoi, è nostro ospite e sia onorato come ospite. Insomma, se uno lo fischia – diceva – è un danno per il partito, mica per Pannella. Allora, infatti, c’era il problema che io da tempo dicevo: sono contro il fascismo degli antifascisti, perché è l’unico fascismo vivo. Quando arrivai, accadde una cosa che aveva previsto: sono stato accolto in un modo favoloso. La cosa divertente è stata che Almirante non ha potuto fare a meno di accorgersi di questa atmosfera straordinaria. E parlando dal palco rivendicò: «Il fascismo è qui». Proprio lui che ci aveva messo venti anni a smentire quest’accusa! Ma tutto questo faceva parte di quella recitazione, nel senso buono del termine, che si confaceva al suo ruolo. Per esempio ricordo che abbiamo fatto delle  battute molto provocatorie, vedendolo, quando stava iniziando la campagna sul divorzio: perché ero molto amico, tra gli altri, di Pino Romualdi che, da parte sua, sosteneva il divorzio. Lo sapevo che Almirante era personamente a favore per il divorzio: tant’è che lui ha avuto più paura di Donna Assunta – quando ritornò dalla riunione di partito dove si decise di schierare il Msi contro – che dell’elettorato e dei radicali. Anche perché avevo saputo che era vero che in Direzione aveva incoraggiato di prendere posizione contro per favorire i cattolici. Momenti, questi, che mostravano diversità profonde tra me e lui ma che non si traducevano mai in scontro personale. Certo, in quei momenti mi chiamava «Pannella…». Quando noi entrammo alla Camera per la prima volta, nel ’76, era usanza che quando parlava uno del Msi molti uscivano dall’Aula. Noi combinammo un casino, non solo perché ci rifiutavamo di non ascoltare: e con ciò finì che restavano in molti. Se mi è costato qualcosa il mio dialogo con l’Msi? Esattamente quello che volevo mi costasse: lo scandalo. Volevamo marcare anche in questo modo la nostra diversità rispetto a quel regime. Si è dipanata così questa storia. Dalle dirette del consiglio comunale alle battaglie per i diritti civili fino ad arrivare a scoprire, poi, la laicità sostanziale con la quale Almirante viveva: e, se l’amicizia non significa anche consuetudine, avvertivo certamente che lo stesso tipo di sentimento era condiviso da Giorgio nei miei confronti. In lui, proprio la sua storia, c’era di sicuro più merito.