Non basta un “ritiro” per fare “squadra”. La politica non si addomestica con le reprimende

C’era proprio  bisogno di un “ritiro” politico perché il governo facesse “squadra” o “spogliatoio”, come ama dire Letta? Non credo. E francamente sa tanto di propaganda l’iniziativa che è sicuramente originale, ma inutile. Speriamo non si riveli pure dannosa. L’avvio non è stato dei migliori. Una lunga e, si dice, aspra discussione tra il premier, Alfano e Lupi l’ha segnata durante il viaggio da Roma all’abbazia di Spineto. Motivo del contendere: la manifestazione del Pdl  sabato a Brescia. Quale scandalo. Ma chi si è meravigliato nel passato quando ministri assortiti (di sinistra, naturalmente) partecipavano a proteste contro il governo di cui loro stessi facevano parte? La memoria corta gioca brutti scherzi. Do you remember, mister Letta, del tempo in cui Pecoraro Scanio, Paolo Ferrero e compagnia cantante guidavano i cortei contro l’Unione di Prodi della quale erano esponenti di primo piano, salvo poi, ripiegate le bandiere, sedersi allo stesso tavolo con il premier contestato?

Non prendiamoci in giro. Se qualcuno nel Pd vuol cercare il pelo nell’uovo è certo che ci riuscirà, ma non si venga a dire che questo è l’approccio corretto ad una dialettica partitica che non può essere ingabbiata nello schema del “politicamente corretto” poiché non ve ne sono i presupposti. Se a Brescia si fossero manifestati dissensi sulla linea del governo – invece difesa e riaffermata come non è stato fatto neppure nel corso della parallela Assemblea nazionale del Pd alla Fiera di Roma – indiscutibilmente si sarebbe aperta una “falla”, ma s’è parlato d’altro. E per quanto si possa dissentire da una protesta che segnala le anomalia di certa magistratura da parte di una forza che sostiene il governo, non vi sono i presupposti delle legittimità alla critica istituzionale poiché una forza politica risponde ad altre dinamiche rispetto a a quelle dell’esecutivo e dei poteri costituzionali dello Stato.

Dunque, se il “seminario”, o come lo si vuol chiamare, di Spineto è cominciato sotto la gragnuola di critiche stemperate dal compromesso secondo il quale nessun ministro o sottosegretario fino alle elezioni amministrative deve partecipare a manifestazioni politiche, vuol dire che i presupposti della sua riuscita sono venuti meno fin dalla partenza. E’ infatti assolutamente contestabile – perché i governanti non sono angeli piovuti dal cielo, ma elementi politicamente tra i più sensibili ed impegnati – la “dorotea” decisione di tenerli fuori dall’agone. Dalla correttezza implicita nella funzione,  fuoriuscirebbero se parlassero male del governo di cui fanno parte, se lo criticassero, se ne censurassero i provvedimenti non condivisi. Ma, a quanto ci sembra di capire, non si tratta di questo. In discussione sono i mal di pancia del Pd nei confronti del Pdl la cui crescita comincia a dare sui nervi ad Epifani ed al gruppo dirigente del Nazareno (sempre più dilaniato) che contempla malinconicamente lo sfascio di una “macchina da guerra” che fino alla vigilia delle elezioni sembrava ben oliata.

Letta, piuttosto che fare la reprimenda ad Alfano (il quale – ne sono certo – non se l’è tenuta e pro bono pacis ha accettato il “compromesso”), dovrebbe farne numerose agli inquieti ministri provenienti dal suo partito, a cominciare dalle attivissime (sul piano mediatico) Josepha Idem e Cécile Kyenge le quali stanno mettendo a dura prova la pazienza dei loro colleghi e dei partiti della coalizione con uscite intemperanti ed inopportune che non fanno parte del programma di governo. La prima con la proposta di legalizzare le unione gay, la seconda con quella della cittadinanza in base allo ius soli. Legittime opinioni, ma che non possono essere date in pasto alla stampa che su di esse imbastisce inevitabilmente una polemica che non aiuta il governo a proteggersi dalle fughe in avanti.

A Spineto qualcuno avrà fatto capire ai “neofiti” che non è il caso di mettere benzina sul fuoco già abbastanza alto?

Ancora qualche giorno fa, Letta ha enunciato davanti allo stato maggiore del Pd il suo ambizioso programma. Ambizioso è un eufemismo. Ci vorrebbero dieci anni per portarlo a compimento. Ma perché non si si limita al minimo, vale a dire alla riforma elettorale e a qualche provvedimento economico da varare entro l’estate? Così, tanto per essere pronti ad ogni evenienza. A meno che non creda davvero che una maggioranza così eterogenea, e già comprensibilmente litigiosa possa stare insieme per un tempo che coincida con la durata della legislatura o poco meno. Se davvero lo pensasse sarebbe quantomeno ingenuo.