Mentre Parigi brucia, Cannes incorona “La vie d’Adèle” e il trionfo dell’amore saffico

Parigi chiama, Cannes non risponde. La lunga domenica francese comincia nella capitale, epicentro del malcontento e della massiccia mobilitazione di protesta contro la nuova legge che istituzionalizza i matrimoni omosessuali, e si conclude sulla croisette con l’attribuzione della palma del miglior film di questa 66a edizione della kermesse d’oltralpe a Abdellatif Kechiche, regista del controverso La vie d’Adéle, cronaca di una irrefrenabile passione tra una studentessa quindicenne e un’artista contemporanea dai capelli blu. Nel mezzo, un’intera giornata di scontri e tensioni maturati nel corso della gestazione della legge che consentirà i matrimoni gay, e culminati nel corteo di domenica. Sul finale, un verdetto festivaliero che, contrariamente agli umori della piazza, sublima l’amore saffico portato sul grande schermo dal cineasta tunisino, che ha affidato pulsioni ed esternazioni fisiche del tema che tocca corde molto delicate in questo momento in Francia, alle due protagoniste, Adele Exarchopoulos e Lea Seydoux, portavoci delle istanze omosex per tre dense ore di racconto filmico, che nulla lascia all’immaginazione dello spettatore, compresi i dettagli degli incontri fisici tra le due protagoniste.

Tanto che, a ridosso della prima proiezione della pellicola, accolta con favore dai media d’oltralpe, quasi ad indicarne – e condizionarne – un cammino che non poteva culminare con l’esclusione dal podio (in questo il parterre del festival di Cannes è decisamente più di parte degli spalti veneziani), c’è stato chi sulla stampa internazionale si è interrogato sugli inevitabili problemi con la censura che, qua e là, la pellicola potrebbe incontrare per le lunghe – e decisamente esplicite – scene ad alto contenuto erotico. Ma questa è un’altra storia. Una storia iniziata nel day after della sentenza cinefila pronunciata dalla giuria capitanata da Steven Spielberg, (e nella quale figuravano tra gli altri Nicole Kidman, Ang Lee e Lynne Ramsay), che ha escluso dal palmares l’unico italiano in gara, Paolo Sorrentino, autore di quella Grande bellezza su cui molti nutrivano sogni di gloria critica, e rimasto invece clamorosamente a bocca asciutta.

Migliori soddisfazioni per gli italiani sono arrivate infatti dalle sezioni collaterali di questa annata del Festival di Cannes. Un’annata che, dalla selezione alla premiazione, nella coralità delle proposte autoriali ha puntato a far sentire soprattutto il controcanto dei diritti delle unioni omosessuali, una voce che ha toccato molte corde ma che, alla fine, ha intonato l’inno del riconoscimento politico: con buona pace del presidente di giuria Spielberg che si è curiosamente affrettato a rifiutare con fermezza questa lettura del verdetto. Il dibattito è aperto, e nella valutazione dei fatti potrà essere utile considerare che, nella lunga maratona di celluloide conclusasi domenica sera, uno dei titoli che più hanno raccolto applausi e consensi a fine proiezione, è stata l’ultima fatica (in concorso) di Steven Soderbergh, Behind the Candelabra. Rilettura in chiave radical kitsch della vita dell’eccentrico pianista Liberace (interpretato da un Michael Douglas in stato di grazia, affiancato da un misurato Matt Damon), il film, prodotto dalla Hbo, racconta tra divagazioni scenografiche e trionfi di cani da borsetta, apoteosi di botulino e plastiche facciali, lustrini e sesso gay, l’ultima “felice” stagione di libertà sessuale prima dell’Aids, vissuta dall’artista di Milwaukee, scomparso nel 1987 che, fra gli anni ’50 e ’70, è stato il musicista con il più alto cachet del mondo. Un nome e un talento, i suoi, funzionali in questa edizione dell’agone spettacolare francese, allo sdoganamento metacinematografico, al riconoscimento del passaporto politico, e alla promozione artistica da tributare, quest’anno come non mai, alla rilettura sul grande schermo del tema dell’omosessualità.