Mafia, chiesti 9 anni di carcere per Mori. Gasparri: «Assurdo colpire lui e tenere fuori Ciampi e Conso»

Nove di anni di reclusione è la pena chiesta dal pm Nino Di Matteo per l’ex comandante del Ros dei carabinieri Mario Mori, imputato di favoreggiamento aggravato di Cosa Nostra in relazione alla mancata cattura del boss corleonese Bernardo Provenzano nel 1995. Per l’altro imputato, il colonnello Mauro Obinu, il pm ha proposto la condanna a sei anni. Di Matteo ha chiesto anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. «Mori e Obinu – ha detto il pm – non furono collusi o corrotti o ricattati dalla mafia, ma fecero una scelta di politica criminale sciagurata: fare prevalere le esigenze di mediazione favorendo l’ala ritenuta più moderata di Cosa nostra». Il processo si intreccia con l’inchiesta sulla presunta trattativa Stato e mafia, e  secondo l’accusa i due imputati non avrebbero catturato il boss Bernardo Provenzano, nel 1995, nonostante le dritte di un confidente, proprio in nome del patto che parte delle istituzioni avrebbero stretto con la mafia.  E appunto con la presunta trattativa Stato-mafia, per la quale si aprirà lunedì in Corte d’Assise il processo in cui lo stesso Di Matteo sosterrà l’accusa, si è intrecciata la requisitoria per l’intera giornata. La tesi sostenuta dalla procura, che in aula era rappresentata anche dal capo dell’ufficio, Francesco Messineo, e dall’aggiunto Vittorio Teresi, è che Cosa Nostra compì gli attentati di Roma, Milano e Firenze nel 1993, dopo aver ucciso Falcone e Borsellino, per ottenere un alleggerimento del carcere duro. Di Matteo ha messo in fila una serie di provvedimenti e documenti acquisiti nel corso delle indagini per dimostrare la coincidenza tra la politica giudiziaria del governo sul 41 bis e le richieste di Cosa nostra contenute nel “papello” di Totò Riina. In questo quadro, secondo Di Matteo, le condotte di Mori e Obinu sono state «di una particolare gravità» e meritano pertanto le pene severe chieste al tribunale. Una richiesta che però fa discutere anche alla luce del fatto che la Corte di Assise ha ammesso la lista dei testi da ascoltare tra i quali c’è anche Giorgio Napolitano (il presidente della Repubblica è stato citato dai pm per «riferire in ordine alle preoccupazioni espresse dal suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio»).  Per Maurizio Gasparri, «sconcerta la richiesta di condanna di Mori e Obinu che hanno servito con lealtà lo Stato e sono stati protagonisti dei principali arresti di esponenti della mafia. Confidiamo in un giudizio che ne dimostri ancora di più la serietà e l’onestà». Ma, per Gasparri, ci sono troppi  lati oscuri nella vicenda: «Dal processo in corso a Palermo emerge un dato invece chiarissimo. Il ministro della Giustizia Conso ha mentito quando in Commissione Antimafia qualche anno fa ha detto di aver deciso in solitudine la cancellazione del 41-bis, il carcere duro per centinaia di boss mafiosi». Per il vicepresidente del Senato «è evidente la corresponsabilità dell’intero governo allora presieduto da Carlo Azeglio Ciampi e l’intervento della massima autorità dello Stato ovvero del presidente della Repubblica dell’epoca, Oscar Luigi Scalfaro. Conso e Ciampi – ha aggiunto Gasparri – devono dire la verità su questa vicenda. Sono stati loro insieme a Scalfaro i responsabili di una pagina incredibile di resa dello Stato. Non possono essere persone che invece hanno combattuto la mafia in prima linea come Mori a essere vittime di accuse che non meritano nella maniera più assoluta».