Legge elettorale: ha ragione Giachetti, meglio il Mattarellum che il nulla

Roberto Giachetti è da poco diventato vicepresidente della Camera. Nella passata legislatura lo ricordo nel ruolo di segretario d’aula. Dai banchi del Pd, lui che ha un passato di radicale, esibiva il regolamento della Camera come fosse la Bibbia. E giù rimbrotti al presidente di turno se qualche virgola nell’incedere dell’aula apparisse fuori posto. Se qualche collega si lasciava andare nell’eloquio fuori dalla prassi consolidata di un Parlamento fin troppo ciarliero per essere concreto, tirava fuori dal cassetto il libricino blu e lo sventolava sotto il naso dei deputati con insolita prontezza. Tecnicamente non si può dire che non fosse preparato. A volte, però, la sua sembrava più una ossessione, quasi una forma mistica di autorappresentarsi come arcigno tutore di un “ordine” scritto del quale, per la verità, lui stesso, non mancando di spirito, spesso sorrideva.

Questo suo modo di essere me lo ha reso simpatico. Anche se a molti, specie nel suo gruppo di allora, non so quanto andasse a genio questo deputato dall’andamento dinoccolato, dal vestire approssimativo e la barba incolta, sempre lesto a richiamare i ritardatari a prender posto per il rito del voto elettronico, capace di imbastire battibecchi sferzanti senza complesso alcuno nei confronti di nomi blasonati del suo stesso schieramento. Ora che fa il vicepresidente, sono certo che farà digerire il regolamento e la prassi parlamentare anche al più sprovveduto dei deputati.

Lo ricordo ancora, mentre volgeva anzitempo a termine la passata legislatura, alle prese con un digiuno – lui che non ha mai dimenticato le lezioni pannelliane –  che fece intenerire financo il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Un digiuno, voglio dirlo con il dovuto rispetto, che voleva svegliare dal torpore la “strana maggioranza” che si era coagulata intorno a Monti, la quale cianciava un giorno sì e l’altro pure di riforme elettorali senza muovere paglia. Anzi, quanto più si infilavano nel circuito mediatico sproloqui pomposi contro il Porcellum, tanto più la macchina si inceppava.

Michele Ainis, nel suo “Romanzo Nazionale”, ne ha tenuto il conto. In un anno ci sono stati almeno una decina di moniti di Napolitano, con discorsi, lettere ai presidenti delle Camere, note ufficiali: sempre a sottolineare la priorità della legge elettorale prima dello scioglimento delle Camere. Promesse e giuramenti da parte di tutti. L’8 giugno del 2012 Alfano e Bersani s’impegnarono a vararla in tre settimane. Il 9  Schifani annunciò un testo entro dieci giorni, mentre dinanzi alla commissione Affari costituzionali del Senato pendevano 34 progetti sulla materia. Tutta roba da gettare nel cestino. Perché? Ha ragione Ainis: se all’accordo è prevalso il disaccordo, non è dipeso certo da una divergenza sui massimi sistemi. È dipeso dal tornaconto di partito. E qui, giocoforza, l’utile dell’uno rappresenta per l’altro il danno da evitare.

Così, nel pieno della scorsa estate, il Pd, arcisicuro di vincere le elezioni, non voleva rinunciare al premio di maggioranza in versione robusta, mentre il Pdl, a corto di ossigeno per l’ancora non certo ritorno in campo di Berlusconi, si batteva per ridurne la portata preferendo un minipremio da devolvere al primo partito (per scoraggiare le alleanze tra la sinistra e il centro, e per impedirne un chiaro successo elettorale). Per l’Udc niente premi, in modo da diventare l’ago della bilancia in Parlamento.

Insomma, un carosello degli equivoci. Una schizofrenia. Una autentica presa in giro. Risultato, siamo andati a votare per la terza volta col Porcellum, con le conseguenze che ormai gli italiani conoscono. Tant’è. Se questa legge da tutti contestata ha la scorza coriacea come quella di una testuggine, è giocoforza nutrire qualche dubbio che la si possa riformare  tranquillamente. Sicché ci pare calzante l’idea di Giachetti di provare semplicemente a eliminarla (non a modificarla)  facendo rivivere il Mattarellum.

Si badi , il Mattarellum, cioè la legge preesistente, non è certo quanto di meglio si possa avere in materia di sistemi elettorali. Si può fare di più e meglio. Rispetto all’attuale modalità di voto, essa presenta almeno il vantaggio di lasciare che nei collegi i cittadini possano scegliere i propri rappresentanti. Certo, ci sono sempre i partiti a designare le candidature. Ma è già qualcosa in epoca di oligarchie ristrette che decidono per tutti. Se vogliono vincere nei collegi i partiti quantomeno  sono costretti a puntare su candidati credibili, conosciuti e preparati. E poi, una volta spazzata via la famigerata legge di oggi, è troppo sperare che questa “fragile e strana maggioranza” trovi finalmente un punto di intesa per uscire dalle sabbie mobili della perenne indecisione?