Le denunce cretine che intasano le aule di giustizia. È tutto in un libro di Paola Bellone, giudice precario

C’è il genero, un po’ acido e attaccabrighe, che querela la nuora perché cucina male gli agnolotti («non rispetta la ricetta di famiglia»), c’è l’impiegato frustrato che porta in giudizio il direttore che nega l’acquisto delle gomme da masticare per la segretaria dall’alito pesante. «Penso che nonostante le risorse finanziarie aziendali siano in rosso possiate permettervi di comperarle… Quando si entra in quella stanza c’è da svenire». C’è il processo al piccionicida, la donna denunciata perché guida  con un enorme cane di peluche accanto al sedile (ma qual è il reato?). E ancora la truccatissima, e forse un po’ rifatta, proprietaria di un centro estetico che attacca le unghie finte con l’attak (c’è crisi) e minaccia la cliente «se parli ti mando il mio fidanzato sotto casa». Non è la sceneggiatura di una sit-com di un regista emergente ma lo spaccato italiano che emerge dal libro di Paola Bellone Precari (fuori)legge pubblicato da Round Robin per la collana Fuori rotta. L’autrice del divertente volume è un viceprocuratore onorario, uno dei tantissimi magistrati provvisori alle prese con l’enorme sottobosco di cause che intasano le aule di tribunale e rallentano la mastodontica macchina della giustizia-lumaca italiana. “Cause cretine”, le battezza oggi sul Corriere Gian Antonio Stella. Gli italiani brava gente sono litigiosi fino all’inverosimile, rompiscatole e sempre pronti alla denuncia di fronte  alla più banale controversia quotidiana. Complice di questo cattivo costume anche la legge che bolla come reati penali alcune omissioni che potremmo definire veniali. Alcune denunce sono a dir poco grottesche e destinate ad archiviazione sicura, ma è bene sapere (prima di partire con le carte bollate) che qualsiasi denuncia anche la più insulsa deve essere registrata da un poliziotto, che deve girarla alla procura, o depositata e protocollata dagli uffici giudiziari.

Quello descritto dalla Belloni è un fuoco di fila di storie, di processi celebrati nel Tribunale di Torino. Incredibili, ma terribilmente veri. Da oggi i lettori potranno sapere meglio di che cosa si occupa, anche, la giustizia penale in Italia. Gli autori sono pubblici ministeri precari, noti negli uffici giudiziari come “Vpo” (vice procuratori onorari), impegnati a lavorare ogni giorno in tribunale. L’oggetto della denuncia è più incredibile delle storie raccontate: la precarietà nella magistratura (non di tutta si intende). «Al male dell’ingiustizia sociale (vittime i magistrati onorari in quanto lavoratori non riconosciuti come tali dallo Stato che servono) si aggiunge la totale negazione della funzione di garanzia della magistratura», si legge nella presentazione del volume. La mission provocatoria del libro è quella di raccogliere fondi per finanziare l’iniziativa giudiziaria degli autori: fare causa allo Stato per ottenere la pensione. Un’altra causa…