Lavoro: con le logiche regolatorie della Fornero abbiamo fatto autogol

Da qualche giorno stanno aumentando le voci in seno al governo che danno per imminente una riforma della Legge Fornero sul mercato del lavoro. All’annuncio del presidente del Consiglio si sono aggiunte le prime dichiarazioni del neo ministro Giovannini e del sottosegretario Dell’Aringa. Quest’ultimo è arrivato persino a mettere in dubbio il passaggio dalla mobilità all’Aspi, con l’eliminazione dal 2017 della prima. Si tratterebbe, nel caso, di una radicale riscrittura di una parte essenziale della riforma degli ammortizzatori sociali di cui tanto si è discusso durante il governo Monti. Da parte sua l’ex presidente dell’Istat non ha nascosto critiche alla riduzione dell’area della flessibilità in entrata, i cui danni, in termini di aumento della disoccupazione giovanile, sono ormai evidenti a tutti.

In attesa che dalle parole si passi ai fatti, alcuni elementi di riflessione potrebbero tornare utili. Partiamo da alcuni dati. Gli obiettivi fissati dalla strategia “Europa 2020” per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, riassumibili nel conseguimento entro quella data di un tasso complessivo di occupazione del 75% appaiono quanto mai lontani. Per realizzare  tale obiettivo il livello attuale di occupazione nell’Ue dovrebbe aumentare di 17,6 milioni di posti di lavoro, mentre durante la crisi il tasso di occupazione è sceso al 68,9% e, a partire dal 2008, sono stati persi oltre 6 milioni di posti di lavoro. In tale contesto la situazione italiana si distingue oltre che per livelli di occupazione di gran lunga inferiori alla media europea, per una marcata segmentazione del mercato del lavoro, una scarsa partecipazione di giovani e donne, un crescente divario tra Nord e Sud del Paese. E’ stato giustamente detto che la crescente specializzazione produttiva e le nuove competenze richieste per il buon funzionamento di un’economia della conoscenza, caratterizzata da una rapida evoluzione tecnologica che investe sia i prodotti sia i processi produttivi, pone nuovamente al centro il singolo lavoratore. Con il suo bagaglio unico e specifico di competenze, con la sua abilità e capacità di adattamento a contesti lavorativi flessibili e dinamici, il lavoratore è chiamato ad intervenire creativamente in processi aperti al cambiamento ed all’innovazione. Insomma, siamo lontani anni luce dai vecchi metodi meccanici e ripetitivi della produzione.

Questa centralità della persona-lavoratore rappresenta il nuovo paradigma di una società che voglia, tramite il lavoro, realizzare un nuovo senso di inclusione sociale. Concetto da declinare nella sua totale ampiezza:non solo in termini di efficienza produttiva, ma anche nel senso di una piena realizzazione individuale. Il lavoratore è, prima di tutto, persona che, attraverso il lavoro, sperimenta il senso del proprio ruolo nella società e crea le condizioni per una progettualità che alimenti la propria vita e quella della sua famiglia. Dal che si desume che le politiche del lavoro debbano necessariamente ruotare attorno a questo perno. Solo avendo presente questo dato è possibile pensare di declinare la flessibilità in maniera virtuosa, evitando che sfoci in precarietà (quando si tratta di accedere al mercato del lavoro) o abbandono (quando dal mercato del lavoro si viene espulsi).

Nelle democrazie moderne il diritto al lavoro nasce sull’onda di grandi lotte sociali e sindacali, combattute in un tempo caratterizzato da visioni che contrapponevano rigidamente capitale e lavoro. La storia recente e alcune esperienze nazionali mostrano chiari i segni che si tratta di una contrapposizione declinabile in termini non necessariamente conflittuali. E’ una strada che nel nostro Paese per molti versi è ancora tutta da esplorare, ma sulla quale ormai è necessario avviarsi con coraggio e decisione. Una riforma del lavoro proiettata al futuro non può non volgere il proprio sguardo , ad esempio, ai nuovi strumenti di partecipazione dei lavoratori alla vita delle aziende; né , allo stesso tempo, prescindere dal ruolo sociale dell’impresa e dalle responsabilità che ad esso si accompagnano. D’altro canto, senza nulla togliere al rilievo che la formazione di derivazione pubblicistica ha avuto e ancora può avere nella definizione degli ordinamenti  lavoristici, occorre rifuggire da logiche regolatorie eccessivamente intrusive, salvaguardando quegli spazi all’interno dei quali il libero gioco delle parti può liberamente dispiegarsi e maturare i propri benefici frutti. Occorrono, insomma, norme leggere, tipiche di una visione di sussidiarietà orizzontale, tale da orientare l’attività dei soggetti destinatari  in relazione ad obiettivi meritevoli piuttosto che a specifici comportamenti. Ben vengano, dunque, le riforme alla Legge Fornero. Ma, per favore, questa volta, nel mettere mano al mercato del lavoro non si perda di vista l’assunto  di partenza e l’obiettivo da cogliere.