La staffetta generazionale: speriamo che non si riveli l’ennesimo flop

Non è un paese per giovani, si dice spesso dell’Italia. Non  potrebbe essere altrimenti, dato che a prescindere dalla crisi, il principale problema del nostro paese è la denatalità. Un paese che sta invecchiando e che mantiene un minimo di equilibrio tra nascite e decessi solo grazie ai cosiddetti nuovi italiani. Alle elezioni sono stati i pensionati a determinare la minuscola supremazia elettorale del Pd sui grillini (fonte Ipsos). Le proposte in campagna elettorale sono più rivolte alle persone di una certa età che ai giovani (pensiamo all’Imu), cui però si dedicano sempre tante parole vuote, ma piene di retorica. È un paese per vecchi, il nostro, anche perché i vecchi son di più. E pesano, elettoralmente, politicamente e anche socialmente. Si sentono stranieri in Patria, scappano in Germania dove la disoccupazione giovanile è a una cifra, dunque è come se non ci fosse. Oppure volano a Bruxelles, Londra, New York e Shangai se hanno una carriera economica da inseguire. E sempre di più intraprendono attività economiche di successo nei Bric (Brasile, Russia, India e Cina), i nuovi paesi in fortissima espansione economica. Sono i nostri giovani. Che scappano. Sempre. Dalle condizioni di partenza sfortunate, da un sistema dove senza “santo in paradiso” non ce la fai, da un Paese che non sembra più credere in loro. E quindi nemmeno in sé stesso. La speranza a questi giovani non la dà più nessuno. Votano Grillo perché non credono in niente, se non in una rabbia cieca, vivono alla giornata e non riescono a costruirsi un futuro. Il governo Letta ha detto che l’occupazione giovanile sarà la priorità del hoverno e non oso mettere in dubbio la buona fede del nostro “giovane” premier. Così il ministro Giovannini ha ben pensato di riproporre la staffetta generazionale. Di che si tratta? Pensiamo a una piccola impresa dove lavora una persona che nei successivi cinque anni avrebbe il diritto ad andare in pensione. In tal caso, l’azienda dovrebbe offrirgli una conclusione di carriera con un part-time, assumendo al suo posto un giovane a tempo indeterminato. Per giovane si intende un under 35.  Per il ministro del Lavoro ci guadagnerebbero tutti e nessuno avrebbe da perderci. Puzza di bruciato. Se non altro perché tale staffetta costa un botto di soldi. Sia chiaro, il principio non è male, sembra corrispondere al vero concetto di giustizia sociale, che è quella tra le generazioni, e potrebbe essere un segnale di attenzione verso i giovani. Però la staffetta già c’è. Fu istituita dal pacchetto Treu nel 1997. Ed è stata un flop clamoroso. Da pochi mesi esiste anche in regione Lombardia, la più importante regione d’Italia, ma non si conosco ancora i risultati di tale provvedimento. Di solito gli anziani che dovrebbero accedere al part-time rifiutano tale ipotesi, specie se guadagnano stipendi bassi. Non solo, ma la riforma Fornero, approvata solo qualche mese fa, andava in direzione opposta, ossia verso un “invecchiamento attivo” della forza lavoro.

Il vero problema italiano non è la turnazione della forza lavoro. Se togli un vecchio e metti un giovane al massimo fai un piacere a qualche grande azienda. Il tema vero è che il tasso di occupazione è bassissimo. Un dato più grave di quello della disoccupazione. Non arriviamo al 60%. L’Unione europea ha approvato la Youth Guarantee per aiutare l’occupazione giovanile, ma questa si basa su servizi pubblici per l’occupazione che in Italia funzionano male se non malissimo. Per tacere della formazione professionale in mano alle regioni, che serve più ai formatori che ai formati. A questo si aggiunga il nostro sistema educativo, tra i peggiori d’Europa come ci dicono i test Invalsi o il ranking dei nostri atenei. Insomma, per sconfiggere la disoccupazione giovanile bisogna capirne le cause. Se invece si vuole tirare a campare, la staffetta generazionale va benissimo.  E in fin dei conti il governo Letta sembra avere proprio nel “tirare a campare” la sua unica ragione sociale. Peccato.