La guerra nel Pd mette in ginocchio il governo e l’Italia. Nel nome dell’irresponsabilità

Finirà, probabilmente, cosi: Nitto Palma eletto presidente della Commissione Giustizia al Senato con i soli voti del Pdl e della Lega. A condizione che il Pd e Scelta civica si astengano. Sel e M5S voteranno contro. Passerà il candidato di Berlusconi, ma la guerra nel Pd continuerà mettendo a rischio la tenuta del governo.

Se dovesse andare in questo modo non sarebbe un grande risultato. Certificherebbe il “non riconoscimento” di due “pezzi” della coalizione di Nitto Palma e, nello stesso tempo, darebbe il via libera ad una sorta di Vietnam permanente in una delle Commissioni “cruciali”. Se poi a questo si aggiungono il quotidiano rosario di polemiche sull’Imu, la cancellazione annunciata della Convenzione per le riforme istituzionali, le febbrili aspettative delle sentenze che riguardano Berlusconi (al processo Ruby la Boccassini chiederà sette o otto anni di reclusione), è facile concludere – come prevedevamo nei giorni scorsi – che il governo si sta logorando prima del tempo, non per sua responsabilità ma per lo sfilacciarsi dell’impossibile maggioranza che nei prossimi giorni – sempre che si superi il “caso” Nitto Palma – sarà impegnata nell’eleggere un vice-presidente della Camera al posto di Maurizio Lupi, nominato ministro alle Infrastrutture. Il nome che il Pdl avanza è quello di Daniela Santanché. Il Pd ha già detto di no. Non tutto il Pd, naturalmente. Ma tanto basta a far ritenere la misura colma al Pdl accusando l’occasionale partner di maggioranza di non rispettare gli accordi e di voler scegliere anche chi non gli appartiene per le cariche istituzionali. Insopportabile.

Il tutto se non riguardasse il Paese, ci sarebbe da godersi lo spettacolo (si fa per dire) di un Pd in disarmo, lacerato, percorso da bande che non hanno realizzato come i loro comportamenti si ripercuotano sulla fragile stabilità dell’esecutivo, mentre la crisi incalza e bisognerebbe affrontare i problemi con decisione e compattezza. A quasi tre mesi dalle elezioni siamo ancora ai nastri di partenza. L’Italia è provata dalla disoccupazione, dall’impoverimento crescente, dall’incertezza su tutto. E i Democratici giocano a farsi la guerra.

Il clou del peggio, il Pd lo darà sabato prossimo con l’elezione di un “reggente” della segreteria. Per quanto possa sembrare ridicolo, non se ne trova uno disposto a farlo. Forse, alla fine, chiederanno il “sacrificio” alla Finocchiaro che se accetta sa già che preparare il congresso previsto ad ottobre non sarà una passeggiata. Chi glielo fa fare? Già, ma qualcuno deve pur farlo. A meno che non si “congelino” le dimissioni di Bersani. Una toppa peggiore del buco.

Nel clangore delle polemiche che agitano il Pd, si odono voci che fanno presagire il peggio per il governo che domenica prossima se ne va in un’abbazia toscana in “ritiro”. C’è, infatti, chi sostiene l’azzeramento di tutto ed il ritorno alle urne. Non è un’ipotesi peregrina. Il tavolo, comunque, se proprio deve saltare, non sarà Berlusconi ad assumersene la responsabilità, ma quel partito di irresponsabili che a sinistra (e contro la sinistra stessa) non ha capito i rischi a cui si espone. D’Alema, più lungimirante dei suoi compagni, realisticamente ha fatto sapere che la cosa più urgente da fare è la riforma elettorale. Tanto per prepararci al peggio. O al meglio, a seconda dei punti di vista.