La filosofia del Trono di Spade: dietro la serie tv una metafora del potere e della politica

Tornano stasera su Sky le peripezie dei Lannister e degli Stark. Chi conosce la serie televisiva de Il trono di Spade sa che dà dipendenza come solo Lost ha saputo fare in tempi recenti.  L’autore dei romanzi, l’americano George R.R. Martin, ha l’aria truce da boscaiolo del Montana, ma la saga è tutt’altro che rozza. L’epopea fantasy è il fenomeno editoriale e televisivo degli ultimi anni. Il tributo esplicito è al Signore degli Anelli, ma il paragone con l’opera di Tolkien si ferma al contesto dei regni immaginari e alla varietà di popoli e personaggi. Volendo avventurarsi in una metafora musicale, se la trilogia di Tolkien è un’opera di Wagner, i romanzi di Martin sono un album dei Queen.

Negli Stati Uniti la serie è stata letta in chiave fortemente politica: sono stati pubblicati saggi sull’argomento. In questo senso la filosofia del Trono di spade. Etica, politica, metafisica di Henry Jacoby (Ponte delle Grazie editore) rappresenta un utile prontuario per la visione. «La questione centrale che viene affrontata –  ha scritto Salvatore Santangelo sull’Huffington Post – è di strettissima attualità e rimanda al tema del potere e della rappresentanza politica: chi deve governare ”I sette Regni”? Martin ci ammonisce che tutti dobbiamo essere vigili, combattere e tenere la testa alta (finché è ancora saldamente ancorata al nostro collo), vista la pericolosità mortale di questo gioco».

La puntata di stasera, per gli abbonati alla tv satellitare è la prima della terza stagione (negli Usa è iniziata da alcuni mesi) mentre dal 3 maggio su Rai4 è iniziata la prima stagione. Una messa in onda sulla tv pubblica che ha già scatenato l’ire dell’Aiart (Associazione dei telespettatori cattolici) per le scene esplicite di sesso e di violenza. Il direttore della rete di viale Mazzini, Carlo Freccero, ha risposto di avere programmato la serie “ripulita” delle scene più forti. Tuttavia, i contenuti restano scabrosi, perché scabrosa è l’esposizione esplicita di una guerra di potere. La Rai poteva non mandarla in onda? Sì, poteva, ma il pubblico italiano (quello che non può permettersi Sky) avrebbe dovuto rinunciare a una delle migliori serie tv degli ultimi anni. Probabilmente l’avrebbe trasmessa Mediaset, così la Rai sarebbe stata rimproverata di essersi lasciata sfuggire la serie cult dell’anno.