La destra si rilancia se rivince Alemanno (e per lui è una bella responsabilità)

La destra non ha bisogno di andare alla ricerca di idee forti. Già ce l’ha. Semmai il problema è che non si è mai dotata di mezzi per farle conoscere (giornali o altri strumenti) e quando ha avuto gli strumenti per realizzarle non lo ha fatto. Il problema della destra è la drammatica perdita di posizioni, perché le idee camminano sulle gambe degli uomini, non vanno avanti da sole. In Parlamento la rappresentanza della destra – con abiti diversi – è ridotta a minimi storici. Nel nuovo governo c’è un solo esponente proveniente da An, Alberto Giorgetti. In termini di qualità è assolutamente tra i migliori, notoriamente irreprensibile, concreto, esperto eppure giovane e refrattario alle passerelle televisive. Ma è uno solo. E non si può dire che sia perché non ce ne fossero altri con adeguate caratteristiche. La destra si trova in sofferenza per colpa propria, ovviamente. Il frazionismo è una nota malattia terminale delle famiglie politiche, messa all’indice e denunciata da tempi immemori. In politica due più due fa cinque e quattro diviso due fa uno. Al di là del Dna e della provenienza di partito, la destra è stata anche portatrice dell’unica proposta di governo credibile alternativa alla sinistra tecnocratica e politically correct e alla destra demagogica o da palcoscenico negli ultimi venti anni. Era la cosiddetta destra sociale, ovviamente, che purtroppo venne vissuta come una corrente anziché come un modello, sia dai suoi fautori che dai suoi avversari. La vittoria di Alemanno a Roma poteva essere un momento di vera svolta per la storia della politica italiana. Roma poteva diventare il laboratorio in cui la destra sociale si inverava. E anche se l’esperienza non avesse avuto successo, sarebbe rimasta come categoria della politica come – in senso opposto – il veltronismo. Le cose sono andate diversamente, per un complesso di ragioni che non possono esaurirsi nella catastrofica realtà di indebitamento di Roma ereditata – e parzialmente occultata – dalle precedenti amministrazioni di sinistra, né nella oscena quanto ininterrotta guerra di fango condotta contro Alemanno dai media più potenti. Tra poche settimane i romani torneranno al voto. Alemanno, a giudicare dai sondaggi, può vincere come può perdere. La partita è ancora aperta. Il terzo elemento in campo – la variabile grillina – ha temporaneamente fatto saltare gli schemi, ma oggi il M5s sta dando notevoli segnali di sgretolamento del consenso mentre il candidato scelto dalla sinistra è ben lungi dall’essere un cavallo sicuro. Se Alemanno rivince e rilancia in un secondo mandato un modello di governo del territorio – e anche della propria immagine – con la marcia in più che tutti gli riconoscono ma che non è riuscita a farsi riconoscere in questi anni difficili, intorno al suo operato potrebbe realizzarsi la possibilità di una seconda giovinezza della destra sociale, una nuova primavera di idee e una imperdibile occasione di fare laboratorio e vivaio. Alemanno dovrebbe pensare a Roma come a un centro della politica, dare alla propria squadra una caratura nazionale e proiettarsi a livello anche internazionale, come hanno fatto in altre epoche col proprio modello gestionale altre importanti realtà urbane. Alemanno ce la può fare. Ma va aiutato da tutti. Innanzitutto a vincere di nuovo.