La destra può ritrovarsi sul presidenzialismo per la nuova Repubblica

Non sono squilli di tromba quelli che s’odono a destra anche se il Corriere della Sera ne sembra assolutamente convinto. Tanto da chiedere ad una sua redattrice, Maria Antonietta Calabrò, di mettersi sulle tracce di una serie di manifestazioni che vedranno la luce tra Roma e Palermo in questo mese di maggio.
Non sono squilli di tromba ma segnali di fumo sì, provenienti da un mondo uscito praticamente annientato non tanto dalle elezioni, cioè dal giudizio popolare, quanto dalla fase delle candidature, ridotta ormai a poco più di una lotteria dal Porcellum e, nel caso del Pdl, anche dall’assoluta irrilevanza degli organismi statutari. Inutile, tuttavia, recriminare anche perché ciascuno merita ciò che gli accade.
Ma dove c’è fumo ci può essere arrosto. E forse è ora che la destra rimetta un po’ di carne sul fuoco, non per almanaccare su identità annacquate, scolorite o ritinteggiate bensì per intestarsi battaglie ben collocabili nel proprio format politico e progettuale.
Cominciamo sabato a Roma rilanciando la sfida presidenzialista non come soluzione a sé stante ma – lo ha da par suo puntualizzato Malgieri su queste colonne – come parte di un vaste programme di riforme costituzionali da affidare ad un’assemblea costituente eletta con sistema proporzionale che in un anno e mezzo e senza oneri per lo Stato le approva per poi sottoporle a referendum confermativo.
L’elezione diretta del presidente della Repubblica è un tema di strettissima attualità politica, soprattutto non più riducibile ad indizio di chissà quali pulsioni autoritarie a carico del suo proponente. Quanto accaduto in questi ultimi anni in uno con le convulsioni della piazza ed i balbettii dei partiti dei giorni appena trascorsi, costringono chiunque a guardare con occhio libero da pregiudizio alla necessità non più rinviabile di adeguare la Costituzione formale a quella materiale cominciando proprio da qui. D’altra parte, al di là delle polemiche e delle convenienze sempre sottese a queste scelte, la larghissima rielezione di Napolitano racchiude anche il valore del riconoscimento della lucida capacità con cui questo presidente ha saputo colmare il fossato, sempre più largo, tra regole scritte e nuove prassi introdotte per via politica.
Dato a Napolitano quel che gli spetta, è tuttavia evidente che la manutenzione della nostra Carta fondamentale non può essere episodica né dettata dalle emergenze del momento. Non si bestemmia dicendo che se oggi l’Italia ha un governo legittimato dal voto del Parlamento è solo perché questo è stato condotto per mano dall’Inquilino del Colle nei sessanta giorni tra i più drammatici degli ultimi vent’anni e con le nostre stesse istituzioni a rischio collasso. Piaccia o non piaccia, l’operazione Letta è riuscita solo perché la Repubblica è stata, di fatto, commissariata. Non c’era altra strada, del resto. E meno male che il “commissario” è risultato all’altezza della situazione. Ma se non fosse stato così o se solo si fosse limitato a leggere la Costituzione senza doverosamente interpretarne l’evoluzione alla luce dei cambiamenti intervenuti nel rapporto interno alle istituzioni e tra queste e i cittadini, che cosa sarebbe accaduto? La risposta è drammaticamente semplice: avremmo avuto prima la paralisi, poi il caos.
C’è poco da fare, la Costituzione del 1948 sarà pure la “più bella del mondo” (e non lo è) ma non per questo è immune da processi di invecchiamento. Non a caso in Italia sta scricchiolando tutto, perfino l’unità nazionale. E quando questo accade, tocca alla destra farsene carico.