La buona politica passa attraverso il riordino del sistema dei partiti che non godono buona salute

Non  si può certo dire che questa tornata di elezioni amministrative non abbia prodotto sconquassi imprevedibili alla vigilia. E a nulla vale continuare a dire che non hanno valenza politica. Ogni consultazione è politica per definizione. E così bisogna “leggere” anche l’ultima, per quanto la si minimizzi da parte di chi non è proprio soddisfatto.

Di Grillo si è detto di tutto e di più. Vale soltanto la pena aggiungere che i movimenti all’interni della curiosa aggregazione fanno intendere che nel giro di un lasso di tempo ragionevolmente breve i Cinquestelle imploderanno. Tra qualche giorno, a quanto pare di capire, si registreranno fuoriuscite clamorose dai gruppi parlamentari. Mentre la spinta propulsiva del grillismo sembra in via di esaurimento.

Dalle parti delle Lega, come già era chiaro dopo le politiche di febbraio, non si respira aria migliore. Perfino nel Veneto, roccaforte per antonomasia del Carroccio, le perdite sono state pesantissime. Ci si chiede se la “pulizia” di Maroni non abbia apportato pià danni che benefici e, ancor di più, se la poltrona di presidente della Regione Lombardia valeva il dissanguamento elettorale. I delusi non votano, per ora. In futuro chissà a chi rivolgeranno le loro attenzioni. Comunque la si metta, abbiamo l’impressione che anche la Lega abbia iniziato la sua discesa e, per quanto i presupposti numerici della macroregione del Nord ci siano tutti, mancano quelli più propriamente politici che una maggioranza di governo dalla quale i leghisti sono esclusi non crediamo che possa avallarla. Oltretutto  nessuno si immolerebbe per una causa che non è proprio in cima ai pensieri dei cittadini delle regioni interessate. E senza un asset politico del genere, la Lega se non è finita poco ci manca.

Il Pd canta vittoria sempre dopo. Certo, i successi locali dovrebbero averlo galvanizzato, ma non sembra che quello di Marino a Roma abbia acceso entusiasmi come era lecito attendersi. Sempre meglio di una sconfitta, si dirà. Ma la politica dov’è? E poi, siamo proprio sicuri che il chirurgo rappresenti davvero l’anima democrat e non piuttosto un radicalismo opaco e confuso che sta a cavallo del grillismo, occhieggia ai movimenti, si propone come l’anti-nomenklatura tanto da non aver votato la fiducia al governo Letta ed essersi pronunciato a favore di Rodotà.

Il Pdl assorbirà la botta probabilmente invocando nuovamente l’ennesima discesa in campo di Berlusconi. Ma il leader del Pdl non ne vuol sapere. Ci ha messo fin troppo la faccia e la sua classe dirigente non è stata capace di fare la parte che avrebbe dovuto, questo almeno è il pensiero che il Cavaliere comunica dal buen retiro di Villa Certosa. Ma il Pdl, per quanto scottato, dall’esito elettorale dopo la trionfale cavalcata delle politiche, ha ben altri problemi di cui occuparsi: la sua ristrutturazione (della cui necessità si è reso conto lo stesso Berlusconi) e della tenuta del governo. Con un occhio all’elettorato non molto paziente, in verità.

Tuttavia chi confonde il dato amministrativo (molto parziale peraltro, nonostante si sia votato anche a Roma) con il destino del governo , su cui abbiamo letto eccentriche opinioni, si sbaglia di grosso. Sono due partite completamente diverse. Anzi se un elemento è possibile cogliere è senz’altro positivo. Per come sono andate le cose, i falchi dell’una e dell’altra parte dovranno attendere parecchio prima di vedere Letta gettare la spugna.

Allora, ancora una volta è sul sistema che non regge che le forze politiche devono concentrare la loro attenzione. La sfiducia degli italiani verso di esse è talmente profonda, come ha dimostrato il forte astensionismo, che c’è bisogno di una rimessa in ordine. Il caos politico italiano è figlio di mancanza di idee e di approssimazioni davanti ai problemi che ha dell’imbarazzante se confrontato anche con il recente passato. Senza partiti non c’è democrazia. Ed una buona democrazia è intessuta di partecipazione. Il resto sono titoli di giornali.