Kennedy sedotto da Hitler? Fanno discutere le rivelazioni dello storico Lubrich

Ma davvero il giovane Kennedy era un entusiasta di Hitler? Se lo chiede più o meno così Pierluigi Battista in un twitter che dà il la al profluvio di commenti esterrefatti sul ritrovamento di un diario del futuro presidente degli Stati Uniti (all’epoca ventenne) con perle di tifo per il Fhurer. “Ma che Kennedy elogiava Hitler?”, scrive l’editorialista del Corriere, “sì, ma solo l’Hitler delle origini”, ironizza serio Toni Capuozzo. “E che dire di Freud che stimava Mussolini?”, twitta un certo Petti aprendo una finestra sull’Italia. Centoquaranta caratteri sono pochi per esprimere un pensiero compiuto, fare analisi storiografiche, mettere a fuoco sfumature. Certo è che il Ventennio fascista, al di là dei giudizi, fu un’altra cosa rispetto all’esperienza nazista in Germania. Ma torniamo ai fatti che fanno venire la pelle d’oca.

John Fitzgerald Kennedy aveva vent’anni quando, nel 1937, compì un lungo viaggio in Europa. Lui, il futuro mito dell’America liberal, ha annotato parole di simpatia per Hitler arrivando a definirlo, molti anni dopo nel ’45, in altri scritti privati uno che ha la stoffa della leggenda. Leggere per credere: dopo aver fumato «i sigari ritrovati nell’auto blindata di Goering» si lasciò andare a un’affermazione che lascia a dir poco basiti. «Chi ha visto questi luoghi può senz’altro immaginare come Hitler, dall’odio che adesso lo circonda, tra alcuni anni emergerà come una delle personalità più importanti che siano mai vissute…. Era fatto della stoffa con cui si fanno le leggende». L’outing di John Fitzgerald Kennedy è venuto alla luce dallo storico Oliver Lubrich, esperto di viaggiatori illustri e viaggiatore egli stesso. Nel suo libro John F. Kennedy. In mezzo ai tedeschi. Diari e lettere 1937-1945, non ancora tradotto in Italia. Tra le pieghe degli scritti dell’allora studente americano la tesi secondo la quale «gli Stati Uniti e la Gran Bretagna erano così evoluti da essere pronti per la democrazia; la Russia, invece, così arretrata da avere bisogno di un periodo di collettivismo forzato, mentre i due Paesi usciti sconfitti dalla Prima guerra mondiale, e in pieno tumulto sociale, avevano bisogno del pugno forte della dittatura». Banalità, si potrebbe dire, così come le derubrica Giordano Bruno Guerri nel suo articolo di oggi (molto stupito dall’equiparazione di Hitler alla leggenda), ma anche considerazioni importanti, pesanti, tutte da interpretare. La democrazia è stata una conquista dell’Antica Grecia che non ci sembra avesse a che fare con l’Inghilterra né con States ancora da “scoprire”. E ancora l’equiparazione forzata tra dittature, tutte condannabili, ma di diversa natura. Oggi gli storici di tutte le formazioni inorridirebbero, e non è escluso che lo facciano. Glissiamo, per carità di patria, sulle affermazione riguardanti «la superiorità delle razze germaniche su quelle romaniche». Non ce ne vogliano i cultori kennedyani. Diciamo che il presidente Usa ci piace quando si occupata di altro. È innegabile che la sua storia presidenziale sia stata di segno opposto alle teorie adolescenziali. Per fortun