Il sacrificio di Tortora appartiene a chiunque crede in una giustizia giusta

È nel giusto chi dice che Berlusconi non può paragonarsi ad Enzo Tortora. Lo sarebbe ancor di più se un minuto dopo aggiungesse però che tale impossibilità non origina da considerazioni di ordine politico o personale e neppure dal diverso stile adottato dell’ex premier, più incline a difendersi dal processo che nel processo, bensì da una semplice, banale constatazione: nella sua diabolica macchinazione, il caso Tortora non è (per fortuna) replicabile. Troppo clamoroso ed esclusivo il calvario mediatico-giudiziario subito dal popolare presentatore perché un qualsiasi altro imputato in un qualsivoglia processo possa dire “io come lui”. Con quella masnada di camorristi, delinquenti, pentiti-jukebox, mitomani e spacciatori lui semplicemente non c’entrava. Non li aveva mai visti né sentiti. E infatti Tortora si definiva “estraneo” più che innocente. Ed è proprio questo suo essere altro dagli incalliti delinquenti che magistrati senza troppi scrupoli volevano imporgli come sodali, a rendere il caso Tortora un unicum nella triste e pur sconfinata congerie di errori giudiziari e orrori mediatici. Già, se solo si potesse fissare una data di nascita di quella che tempo dopo avremmo definito macchina del fango, non c’è dubbio che non può essercene una più adatta dell’alba di quel 17 giugno di trent’anni fa quando l’arresto di Enzo Tortora fu spettacolarizzato in ogni minimo dettaglio. I suoi polsi ammanettati risvegliarono gli istinti di un Paese incarognito, sempre pronto a spacciare la vendetta per giustizia, il linciaggio per lavacro collettivo. E chi più di quel giornalista gentile, colto e raffinato, e per di più conduttore di una trasmissione strappalacrime e popolare, poteva meglio incarnare la metafora della doppiezza morale cucita addosso alla borghesia italiana dall’intelligencija impegnata? A pensarci bene, nessuno meglio di lui, che in tv faceva ritrovare amori perduti ed amicizie dimenticate, poteva con pari efficacia assurgere a simbolo di un’Italia tutta buoni sentimenti in apparenza, ma disposta a tutto, persino a stringere patti con Raffaele Cutolo, pur di contare e incamerare potere. Uno schema tristemente somigliante a quello sul “terzo livello politico” in uso in determinate procure ma mai avallato da magistrati del calibro di Giovanni Falcone. Il caso Tortora fu dunque questo e altro ancora.
Paradossalmente, è proprio la singolarità della sua tragedia ad elevarlo a simbolo della giustizia ingiusta, sommaria, superficiale, spacciata all’ingrosso sul bancone della macelleria mediatica. Una giustizia dove non conta il fatto, ma il contorno, il contesto avrebbe detto Sciascia. E dove la verità non viene ricercata in tutti i suoi aspetti ed in tutte le sue sfumature con il sapiente utilizzo del bisturi del ragionevole dubbio, l’unico in grado di estrarre dal processo l’elemento della prova certa, dell’innocenza o della colpevolezza.
Tortora non può perciò restare confinato nel perimetro degli affetti di chi gli ha voluto bene e con lui ha condiviso l’inferno di tre gradi di giudizio in un processo che non avrebbe dovuto vederlo nemmeno indagato. La colonna infame cui era stato incatenato oggi si staglia ad incancellabile disdoro di un certo modo di intendere l’esercizio dell’azione penale, l’utilizzo dei pentiti, il rapporto con l’informazione. È un discorso che vale per ieri, oggi e purtroppo per domani. Gli errori lasciano il segno solo in chi li subisce. Raramente in chi li commette.
Tortora è tirato da tutte le parti perché il suo fantasma è ancora tra noi. Da autentico eroe tragico quale soprattutto ha dimostrato di essere nell’ora più dura della sua esistenza, si augurò che il suo sacrificio servisse almeno a qualcosa. Non è stato così. Il delicatissimo e controverso tema della responsabilità civile dei togati resta per molti versi un tabù e per altri versi un argomento di facile polemica. Così come certa stampa non ha perso il vizio di atteggiarsi a scolo di procura in omaggio alle reciproche convenienze di carriere intrecciate. Non sono poche quelle giornalistiche costruite negli anfratti dei palazzi di giustizia né quelle togate sapientemente organizzate nelle redazioni.
Il caso Tortora ha trent’anni ma non li dimostra. Quando il presentatore tornò in tv, finalmente assolto ma ormai stanco e già ammalato, salutò il suo pubblico con una frase rimasta scolpita nella mente di chiunque si batte per una giustizia giusta: «Quindi, dove eravamo rimasti?». Purtroppo siamo rimasti esattamente dove lui ci ha lasciato, ancora alle prese con tante, troppe storie di ordinaria ingiustizia. Ecco perché chiunque, da innocente, mette piede in un tribunale corre con il pensiero ad Enzo Tortora. C’è poco da fare. E poco da recriminare.