Il Porcellum è da buttare, non da modificare

Sarà pur vero – come riportano alcuni autorevoli giornali – che Letta ed Alfano hanno stipulato un vantaggioso patto generazionale e che il “volto dell’arme” da entrambi esibito alla discesa dal van in quel di Spineto sia poco più di una sceneggiata allestita ad uso e consumo dei falchi annidati nei rispettivi partiti, ma è facile prevedere che nessun accordo, nessuna complicità, riuscirà alla fine a tenere la testa del governo ben al di sopra dello tsunami che, mercé anche i guai giudiziari di Berlusconi, rischia di abbattersi su Palazzo Chigi e dintorni.
Ne è indiretta conferma l’intenso tramestio ripreso intorno alla legge elettorale. A chiacchiere tutti dicono peste e corna dell’attuale Porcellum. Nei fatti è però probabile che alla fine si imponga una soluzione di compromesso limitata a fissare una soglia oltre la quale far scattare il premio di maggioranza e quindi a distribuire i seggi al Senato attraverso un collegio unico nazionale. Pd e Pdl preparano così l’uscita d’emergenza nel caso governo e legislatura non resistessero all’onda d’urto sospinta dagli imprevedibili effetti di eventuali sentenze negative per il Cavaliere. È una soluzione che tra l’altro incrocerebbe anche il favore di Napolitano, se non altro perché supera i profili di incostituzionalità rilevati dalla Consulta e mitiga l’effetto dell’ingovernabilità causato dai premi di maggioranza attribuiti regione per regione.
Resta però ora da chiedersi se basterà tutto questo a rendere potabile il Porcellum fino a rilegittimarlo agli occhi degli elettori. Il cuore politico del problema è qui più che nelle pur rilevanti tecnicalità della “nuova” legge elettorale i cui migliorati effetti non vanno però oltre il perimetro dei palazzi della politica.
Dal canto loro, i cittadini hanno infatti capito da tempo che il sistema vigente va a nozze con le esigenze delle nomenclature dei partiti. Sono i capi a selezionare uno per uno i futuri parlamentari. Le liste sono poco più di un elenco informe di candidati senza nome e senza volto. L’elettore non ha scelta: o prende in blocco o lascia in blocco. È un vero sequestro della volontà popolare. Non accorgersene o – peggio – far finta di non accorgersene è come ammettere di non aver capito niente o di essere disposti a giocare col fuoco. Eppure dovrebbe risultare chiaro come il sole che ha portato più fascine al rogo dell’antipolitica il Porcellum che la devastante crisi economica in atto. E che la stessa “casta” è tale soprattutto per il meccanismo di nomina dall’alto, grazie al quale accede al Parlamento, e solo dopo per i privilegi di cui godrebbe. E non è finita: nessuno che io ricordi ha mai evidenziato come l’attuale legge, con o senza le ventilate modifiche, finisca addirittura per capovolgere il rapporto tra governo e Parlamento. Adesso è il primo che controlla il secondo e non il contrario, come invece sarebbe fisiologico in una democrazia. Quali margini di libertà possono essere lasciati ad un parlamentare nell’esercizio del proprio mandato da chi lo ha candidato in una posizione utile e che, una volta vinte le elezioni, trova posto nel governo? La risposta è semplice: zero. C’è davvero poco da scherzare. Il Porcellum instaura un rapporto di autentica dipendenza che va ben oltre quello sinallagmatico fedeltà-protezione presente in ogni partito, in qualsivoglia parlamento, sotto qualsiasi latitudine.
Basterebbe solo questo ad indurre le Camere ad abrogare subito il meccanismo vigente. Ma è difficile. Non lo vogliono i capi, compreso quel Grillo che contro il Porcellum raccolse le firme, e in fondo non lo auspica neppure una larga parte di chi siede in Parlamento. Non a torto. Essere nominati è molto più facile che essere eletti. Basta “obbedir tacendo” e poi, come avrebbe cantato il grande Califano, tutto il resto è noia.