Il Pd non perde il vizio di voler vincere per decreto

S’accende di livida luce lo scontro tra Pd e M5S. Era fatale. Troppo agguerrita e scoperta è diventata la concorrenza elettorale dei grillini in danno dei democrat per pensare che questi potessero uscirsene con una semplice scrollatina di spalle. Prima gli insulti a Bersani, poi l’arruolamento di Rodotà nella corsa al Quirinale, quindi l’accusa di golpe a commento dell’accordo tra Pdl e Piddimenoelle e, per finire, l’invito ai militanti a strappare la tessera del partito guidato da Epifani. Un crescendo degno di Rossini. Manca solo la formale dichiarazione di guerra.
Il Pd ha risposto con l’iniziativa di Zanda e Finocchiaro, primi firmatari di un disegno di legge di attuazione dell’articolo 49 della Costituzione che, ove approvata, impedirebbe a un movimento come quello capeggiato dall’ex-comico persino di presentarsi alle elezioni. Il giornale Repubblica, che a lungo ha accarezzato l’illusione di vedere Berlusconi finire in fuori gioco scommettendo sull’intesa tra le due forze oggi nemiche, ha provato a far dire al capogruppo al Senato che la proposta sarebbe stata ritirata, ma Anna Finocchiaro l’ha gelidamente confermata.
L’iniziativa del Pd segna un punto di non ritorno nel rapporto con i Cinquestelle. Ma non è sbagliata solo per questo. Anche in politica, infatti, come in ogni altra attività basata sulla competizione, la concorrenza si batte con la sfida della qualità e non cambiando in corso d’opera le regole del gioco. Chi lo fa, poi, raramente se ne avvantaggia. Tanto più che i grillini non fanno mistero di voler puntare diritto al cuore della preda sbandierando il tema dell’ineleggibilità del Cavaliere e quello del reddito di cittadinanza per il quale sarebbero al lavoro una ventina di parlamentari che a breve dovrebbero depositare la relativa proposta, copertura finanziaria permettendo. Più che argomenti, sono due bombe atomiche. Dalle quali, per ovvie ragioni, il Pd non può difendersi con una cura omeopatica ma solo accentuando e giammai riducendo le differenze con i grillini. In politica non esiste pericolo più letale della contiguità. Fino a quando il Pd non vedrà compiuta la propria metamorfosi, troverà sempre qualcuno che agiterà in maniera più virulenta e persuasiva le ossessioni di cui tuttora si nutre e ne resterà fatalmente scavalcato. Non si trova certo in una situazione comoda Epifani. Del resto, egli stesso o chi in autunno ne prenderà il posto non hanno molto tempo a disposizione per inventarsi qualcosa. Il Pd ne ha invece bisogno per portare a termine la metamorfosi e trasformarsi in un vero partito liberal, cioè un partito che non pensa di eliminare i propri avversari per decreto o con l’uso politico della giustizia men che meno pretendendo di sceglierseli in base alle proprie convenienze. Ove mai vi riuscisse, non solo non subirebbe concorrenza a sinistra ma la farebbe addirittura al centrodestra. In caso contrario, finirà per mano del Grillo o tra le fauci del Caimano.