Il governo balla pericolosamente in mezzo ad un mare in tempesta

Che quello presieduto da Enrico Letta non fosse il “governo ideale” ce n’eravamo accorti subito. Che il premier abbia sentito il dovere di precisarlo, nel corso dell’intervista a “Che tempo che fa”, ci deprime un po’ asseverando ciò che sapevamo, ma per altri versi ci induce a non farci illusioni semmai avevamo avuto la tentazione di coltivarne qualcuna. Certo, se un presidente del Consiglio alla sua prima uscita televisiva sente il bisogno di precisare i limiti della “squadra” che ha messo in piedi, vuol dire che l’anomalia italiana è profonda come può esserlo la famosa “notte buia e tempestosa” che  Charlie Schultz mette in bocca a Snoopy.

Se poi si aggiunge che Letta ha minacciato di dimettersi “se si dovranno fare tagli alla cultura, alla scuola e all’università”, è chiara la precarietà di un esecutivo sbandatello: di grazia, se ciò dovesse accadere chi dovrebbe deciderlo se non lui, il capo del governo? E che fa, in tal caso, si dimette contro se stesso?

Ma non basta. Letta ha detto anche che “bisogna cambiare la legge elettorale”. Già, ma in che modo? Se la subordiniamo a riforme costituzionali come il taglio dei parlamentari, la nuova normativa vedrà la luce non prima di otto-dieci mesi e sempre che si trovi l’accordo (un tempo lunghissimo poiché si potrebbero aprire falle nella maggioranza tali da imporre il ricorso immediato alle urne). La strada maestra sarebbe quella di abrogare immediatamente (ed in poche ore) il Porcellum e far risorgere dalle ceneri il vecchio Mattarellum. Oppure impostare, con l’accordo di tutta la maggioranza, una legge a “doppio turno” rimandando a tempi migliori l’adozione dello stesso sistema per ciò che concerne l’elezione del capo dello Stato. Ragionevole, no? E, invece, con l’alibi di fare tutto insieme, come al solito non si farà nulla o quasi.

Le stesse riforme costituzionali sono a rischio. L’ha detto lo stesso ministro Gaetano Quagliariello aggiungendo che non è affatto scontato che la Convenzione partirà nei tempi previsti: è più probabile che non parta affatto. Non sarebbe un gran danno: come si sa, preferiremmo di gran lunga l’istituzione di un’Assemblea costituente, ma non se ne parla. Vogliono, come al solito, parlamentarizzare tutto, alla faccia della democrazia diretta, della partecipazione dei cittadini e della trasparenza nel manifestare proposte sulle quali chiedere convergenze popolari. Intanto, però, si litiga furiosamente su chi dovrebbe presiedere la Convenzione ancor prima che venga varata con una legge. Bizzarro, no?

Nel frattempo ci balocchiamo sull’Imu. Sospesa o abolita? E se abolita dove si prenderanno i soldi che derivano dall’odiata tassa? C’è chi ipotizza, non senza fondamento, che il decreto sulla materia, introducendo altre tipologie di gabelle, finirà per vanificare l’Imu stessa e che i cittadini alla fine pagheranno di più. Del resto, come si dice, “l’Europa ce lo chiede” e la Merkel ha fatto la faccia brutta quando ha capito che ci si voleva sbarazzare della tassa sulla prima casa. Berlusconi minaccia fiamme e fuoco; Letta rassicura; nessuno parla delle coperture necessarie; i contribuenti cominciano ad innervosirsi e si domandano: ma quanto ci costerà in seguito la rata che non pagheremo a giugno? Gli esperti sostengono almeno il doppio del dovuto, considerando pure gli interessi.

Cecile Kyenge, ministro dell’Integrazione, scopertasi protagonista della vita politica, incurante dei limiti impostisi dal governo, promette l’abolizione del reato di immigrazione clandestina e l’introduzione della cittadinanza per chiunque nasca in Italia, in omaggio allo jus soli. Non le è bastata la smentita del premier: va avanti come un treno, poco male se creerà imbarazzi a tutti fino a portare l’esecutivo sul ciglio delle dimissioni.

Vanno e vengono poi, come le ciliegie di questi tempi, le deleghe governative. Se ne danno, pensate un po’, perfino a Gianfranco Micciché, abile politico almeno quanto spregiudicato, che soltanto pochi mesi fa aveva fatto perdere in Sicilia il centrodestra per via di quella guerra sorda e per noi “continentali” incomprensibile ingaggiata contro Alfano e Schifani. Ha consegnato il governo dell’Isola a Crocetta e ai grillini. Il Pdl l’ha premiato con la nomina a sottosegretario. Non aggiungiamo parole per commentare l’accaduto.

Ecco perché Letta mette le mani davanti e dice che il suo “non è il governo ideale”; aveva già affermato, subito dopo l’insediamento, che ne avrebbe voluto un altro. Trovatemi voi un premier che sostiene cose del genere o che avalli comportamenti come quelli succintamente elencati e noi – vi garantiamo – ci sentiremo meno soli.