Il faticoso slalom di Letta tra mine ed agguati. Ma nessuno ha forza di farlo cadere. Per sua e nostra fortuna

Enrico Letta dovrebbe fare lo “sminatore” più che il presidente del Consiglio. La sua strada è affollata di ordigni che se esplodessero renderebbero il prosieguo dell’esperienza di governo assolutamente impossibile. A Palazzo Chigi la parola d’orine è “disinnescare”. Ma fino a quando?

La stranissima maggioranza sembra che faccia di tutto per rendere difficile la vita al governo. Comprensibili le diverse opinioni su tante questioni, ma se si vuole che non tutto salti per aria bisogna mordersi la lingua prima di parlare e fasciarsi una mano quando si è tentati di firmare qualche proposta di legge che potrebbe fungere da miccia. Quante ne abbiamo contate di “intemperanze” nelle ultime due settimane? Il conto comincia a diventare difficile e l’elenco si allunga a dismisura giorno dopo giorno. Lo ius soli ed il riconoscimento delle coppie gay, la manifesazione di Brescia e la riforma elettorale della Finocchiaro, la regolamentazione dei partiti politici (norma impropriamente definita anti-Grillo) e l’ineleggibilità di Berlusconi, la “salva dell’Utri” e le intercettazioni. Adesso la legge elettorale come “norma di salvaguardia” finalizzata a neutralizzare la pronuncia della Corte costituzionale: ma se improvvisamente si dovesse andare alle elezioni, con il 40% di sbarramento non si aprirebbe nuovamente la strada ad una “grande coalizione” posto che nessuno raggiungerebbe tale soglia e a prescindere dal non marginale problema della “nomina” dei parlamentari neppure sfiorata nel vertice di maggioranza? Altra legna sul fuoco che arde già vigorosamente nel caminetto del governo.

Letta reggerà al pericolo dell’incendio? E’ difficile dirlo; molti propendono per la fine della legislatura entro ottobre. Il problema è quello di capire a chi potrebbe restare il cerino in mano. Qualcuno parla di una sorta di “equilibrio del terrore” che attualmente fa sì che l’esecutivo continui il proprio lavoro perché a nessuno converrebbero le elezioni e soprattutto ad intestarsene la paternità. Ma certo è difficile credere che prima o poi l’incidente – perfino il più banale – non possa far deflagrare il tutto anche indipendentemente dalla volontà dei singoli. E’ il rischio delle coalizioni molto eterogenee per non dire disomogenee tout court.

Eppure questo precario equlibrio è paradossalmente anche la forza di Letta almeno finché riesce a contenere le intemperanze dei suoi ministri. E’ più difficile immaginare che possa andare avanti per un periodo lunghissimo senza considerare che prima o poi su qualche provvedimento di iniziativa parlamentare si possano formare maggioranze diverse. Gli “agguati”, insomma, sono sempre dietro l’angolo e l’esecutivo è costretto a vivere giorno per giorno cercando di non perdere la bussola. Anche per questo i gruppi parlamentari si stanno attrezzando. Brunetta c’è andato giù pensante imponendo a tutti i parlamentari del Pdl la regola seconda la quale ogni proposta di legge, mozione, risoluzione, interpellanza o interrogazione deve passare attraverso le sue mani. Possiamo facilmente prevedere che sarà disattesa dai più. Anche perché lede il principio secondo il quale il parlamentare opera senza vincolo di mandato. E poi, che cosa si vuol fare, mettere il bavaglio a tutti? Ma andiamo, così il gruppo non reggerebbe neppure per una settimana e i deputati si sentirebbero dimezzati.

Ci vuole ben altro. Ci vuole la politica che paradossalmente manca, per tenere uniti i gruppi e fargli accettare lo stato di necessità. Ma essa è merce che non si vende negli ambulacri di Montecitorio e di Palazzo Madama. Un tempo la fornivano i partiti. Ma oggi dove sono?

Ecco Letta dovrebbe essere preoccupato dal fatto che i pericoli possono derivare soltanto dall’assenza della politica. Questo è il problema. E non si risolve purtroppo con una leggina. Intanto scavalcando tutte le mine, non è detto che un pezzo di strada significativo non lo possa compiere. Il domani non appartiene lui, né ad altri. È nelle mani del Caso.