È morta Franca Rame, l’attrice “militante” che scrisse lettere di sostegno all’assassino dei fratelli Mattei

Questa mattina è morta a Milano Franca Rame: l’attrice, ottantaquattrenne, era malata da tempo, e solo un anno fa era stata colpita da un ictus nella sua casa di Porta romana. Donna «di lotta e di teatro», o meglio, drammaturga, figlia d’arte e moglie del Nobel Dario Fo, che ha costantemente portato credo politico e impegno militante sulla ribalta. Sempre e comunque, anche quando farlo poteva significare forzare la mano o, addirittura, portare in scena un dramma privato, come nel caso della violenza fisica e sessuale subita nel 1973, e ricordata a distanza di tempo nel lavoro Lo stupro, del 1981. Un’immagine pubblica, la sua, difficilmente scindibile dal ritratto personale: nella sua vita, come nella sua carriera, vissuto e recitato, detto e scritto, hanno sempre un po’ sovrapposto i mondi paralleli della quotidianità e dell’arte. E questo ha significato pagare il prezzo di una popolarità “a metà”, che ha sempre spaccato l’opinione pubblica tra chi di Franca Rame condivideva scelte artistiche e convinzioni politiche, e chi, invece, in quella che considerava una vocazione più politica che artistica, contestava un atteggiamento percepito come indottrinato e pedagogizzante, anche se declinato a linguaggi popolari come il cinema e il teatro. Tanto che persino il suo matrimonio con il celebre marito è stato a lungo guardato più come un’alleanza politico-professionale che come un’unione di anime e cuori. Icona dell’utopia sessantottina, ideologia abbracciata nella vita e sul palco, in nome della quale ha interpretato spettacoli di satira e di controinformazione politica anche decisamente spietati, Franca Rame (in coppia con il marito) annovera tra i suoi impegni teatrali, tra i vari, anche Morte accidentale di un anarchico, un lavoro decisamente controverso ispirato al caso Pinelli, che costò a Fo più di quaranta processi in varie parti d’Italia, e che costrinse a tre stesure del copione. Non stupisce, allora, anche se indigna ancora tanto, che insieme al marito l’attrice abbia sostenuto l’organizzazione Soccorso Rosso Militante, fino ad arrivare a scrivere, in una lettera che gronda ancora sangue, datata 28 aprile 1973 e indirizzata ad Achille Lollo: «Ti ho inserito nel Soccorso rosso militante. Riceverai denaro dai compagni, e lettere, così ti sentirai meno solo». Da notare però che il supporto emotivo e logistico era indirizzato all’esponente di Potere Operaio, uno dei responsabili della strage di Primavalle, nella quale bruciarono vivi i fratelli Virgilio e Stefano Mattei, i figli di Mario Mattei, “colpevole” di essere il segretario della sezione del Movimento Sociale di Primavalle. In quel caso testimonial della battaglia politica dell’ultrasinistra, più avanti, a partire dalla fine degli anni Settanta, Franca Rame fu tra i volti simbolo del movimento femminista: prologhi che avrebbero portato nelle elezioni politiche del 2006 alla candidatura come capolista al Senato in diverse regioni tra le file dell’Italia dei Valori. La Rame venne eletta senatrice in Piemonte; di lì a poco Antonio Di Pietro la proporrà come presidente della Repubblica: riceverà solo 24 voti. Un flop, quello della partecipazione dell’interprete milanese nelle aule del governo dopo anni di militantismo urlato nelle piazze e nei teatri, che sarebbe culminato nell’abbandono del Senato, appena due anni dopo l’investitura elettorale. Ancora una volta una scelta contro, in quel caso contro il governo Prodi che aveva disatteso le aspettative del popolo progressista, che lei si sentiva di rappresentare: un Mistero buffo, come quello portato in tanti spettacoli in giro per il Paese, in quella che lei stessa ha definito, in un’autobiografia uscita nel 2009, Una vita all’improvvisa.