Dopo il barbaro assassinio di Livorno, uccisa una trentenne a Ostia. Ma definirli “femminicidi” aiuta?

Una giovane romana di 30 anni è stata accoltellata in strada a Ostia, il “mare di Roma”. La vittima è stata trovata riversa nel sangue, con ferite al collo e al braccio, a fianco del suo scooter ed è morta poco dopo il trasporto in ospedale. Inizialmente, quando è stato dato l’allarme, si è pensato a un incidente, ma con l’arrivo dei soccorsi sono state notate le ferite da accoltellamento. La 30enne è morta poco dopo all’ospedale Grassi di Ostia. L’altro ieri il corpo senza vita di una diciannovenne, Ilaria Leone, è stato ritrovato in un uliveto a Castagneto Carducci, in provincia di Livorno. Probabilmente soffocata a mani nude dall’assassino che ha tentato prima di violentarla. L’orrore si è consumato vicino alla pizzeria dove la ragazza aveva appena terminato di lavorare. Omicidio passionale? Tragico epilogo di una tentata violenza sessuale? Movente a parte, in sole ventiquattr’ore due donne, uccise per mano di un uomo, vanno ad allungare la macabra lista dei femminicidi. Il termine potrebbe far storcere la bocca agli psicologi dei “distinguo” e al sempreverde e becero clan del “se l’è cercata”, ma che rende l’idea di un fenomeno in crescita che tradisce oltre al dato criminologico un problema di natura culturale. Difficile negare la complicità dei media nella strumentalizzazione, palese o sotterranea, perseguita o casuale, dell’immagine femminile. Cinquantaquattro donne vittime della violenza maschile fino a metà 2012: è il triste primato dell’Italia, un dato drammatico, purtroppo in continua evoluzione. Contro la violenza sulle donne c’è ancora tanta strada, partendo da posizioni non sessiste, comprendendo che la battaglia per le donne è una battaglia sociale trasversale ai sessi. E non relegando questi episodi, dalla violenza mortale allo stalking, a meri fatti di cronaca. Forse anche il superamento delle bandiere ideologiche da parte femminile, la frammentazione delle proposte (che ricalcano goffamente le appartenenze politiche quando non di partito), il profluvio di sigle (a partire dal comitato “Se non ora quando”, il più gettonato anche sulla rete), le provocatorie manifestazioni  a seno nudo delle attiviste di femen, il movimento internazionale di protesta contro il sessismo e il turismo sessuale (ma chi c’è dietro?)  non aiuta a risolvere un dramma. Il tema lo merita.