Disagio mentale, la legge Basaglia compie 35 anni: è ora di cambiarla

Portare a termine una rivoluzione incompleta: è con questo obiettivo che il movimento “Le parole ritrovate” – nato nel 2000 per far incontrare utenti, familiari e operatori dei Centri per la salute mentale – ha presentato una proposta di legge di iniziativa popolare per migliorare la legge Basaglia, che esattamente 35 anni fa ha sancito la chiusura dei manicomi a favore di un’erogazione sul territorio dei servizi per i pazienti affetti da patologie psichiatriche. Era infatti il 13 maggio 1978 quando fu approvata la legge 180, meglio nota col nome del suo ideatore, lo psichiatra veneto Franco Basaglia, e nel giorno in cui ricorre l’anniversario di quello che viene considerato un importante traguardo di civiltà, con i malati non più “ghettizzati”, la sfida che si propongono gli ideatori della proposta di legge, chiamata 181 nel segno della continuità, è andare oltre, mirando all’uniformità dei servizi su tutto il territorio nazionale, dove spesso le disparità sono molto evidenti, e alla valorizzazione del ruolo dei familiari e degli utenti stessi dei centri, i pazienti, che diventando Ufe (Utenti Familiari Esperti) mettono a disposizione degli altri le proprie conoscenze che derivano dall’esperienza diretta con la malattia. «L’obiettivo – spiega Renzo De Stefani, referente nazionale del movimento “Le parole ritrovate” – è garantire cure dignitose alle persone che soffrono di disagio psichico. Oggi in Italia a soffrire di malattie mentali importanti sono in 500mila, se a questi sommiamo anche i due milioni di familiari che li accompagnano ci avviciniamo ai tre milioni di persone che tutti i giorni devono confrontarsi con questo dramma». Ma non mancano le voci contrarie: «Non abbiamo bisogno di un’altra legge», lancia l’allarme Luigi Attenasio, presidente di “Psichiatria democratica”, associazione fondata dallo stesso Franco Basaglia, sottolineando che, oltre a generare confusione, «potrebbe essere addirittura dannosa, aprendo il fianco a un cambiamento non voluto». Fortemente critico ma per altri aspetti Carlo Ciccioli, psichiatra ed ex deputato del Pdl (oggi a Fratelli d’Italia), relatore di un testo base di riforma della legge Basaglia, che venne approvato dalla commissione Affari sociali della Camera ma che poi è decaduto con la fine della legislatura. Di fatto il testo prevedeva che il malato di mente potesse essere ricoverato per lunghi periodi, anche anni, ma Ciccioli ha sempre negato che si mirasse alla restaurazione dei manicomi perché il testo era «indirizzato a un modello organizzativo di presa in carico efficace del paziente, dell’obbligatorietà da parte dei sanitari di recarsi dal paziente e di strutture alternative all’ospedale per la riabilitazione di breve-medio periodo (fino al massimo di 12 mesi) nelle quali il paziente è tenuto a seguire un percorso terapeutico». Tale legge è oggi molto attesa dalle associazioni dei familiari che da anni protestano per l’assenza di assistenza e strutture socio-sanitarie adeguate e la prevalenza di un atteggiamento ideologico rispetto alle esigenze reali. «Non vogliamo cancellare la legge Basaglia – spiega Ciccioli – ma superarla perché è incompleta. Oggi occorre dare assistenza al malato ma anche alle famiglie oltre che dare una risposta al disagio. Abolendo i manicomi la legge Basaglia ha dato una risposta alla sofferenza della segregazione presente trentacinque anni fa, ma oggi non fornisce soluzioni in termini di assistenza al malato, il quale troppo spesso diviene un barbone o, peggio, un violento. Senza trascurare l’escalation dei suicidi, che rappresentano un male contro se stessi».