Deliri grillini, oggi tocca a Becchi: «Mi piacciono i culi ma non si può dire. E mi censurano il libro sulle fistole»

Solo un profondo conoscitore della psiche umana riuscirebbe a spiegare perché quando un personaggio pubblico partecipa a trasmissioni radiofoniche di cazzeggio politico come La Zanzara, si senta autorizzato a sparare fesserie con la disinvoltura di Clint Eastwood in un western di Sergio Leone. Ma forse neanche la riesumazione di Sigmun Freud bastarebbe a comprendere l’ultimo delirio radiofonico del professore Paolo Becchi, l’ideologo dei grillini che nei giorni scorsi si era già segnalato per aver teorizzato con Cruciani e Parenzo il possibile ricorso ai fucili da parte degli italiani, esasperati dalla crisi. Ieri sera, invece, Becchi ha prima accusato i giornalisti, Repubblica in particolare, di lavorare non si sa bene a quali livelli per fargli togliere la cattedra all’università, poi s’è addentrato nei meandri delle sue pulsioni erotiche, con denunce epocali da far rimpiangere quelle sugli scontrini della Lombardi. Per la serie esticazzi, come direbbero i romani, il professore grillino fa sapere che «a me il culo non dispiace, quando guardo da dietro una ragazza io guardo sempre il culo, però mi hanno detto che questo non si può dire perché poi ti accusano di femminicidio». Ma non è finita qui: il prof deve ancora toccare il fondo (schiena) della sua analisi di anatomia politica. E  «Eh sì – prosegue Becchi – ti accusano di femminicidio perché magari ti sei fatto chissà quali idee, invece ti piace proprio il culo. Capita a tutti di vedere il sedere delle signorine, non faccio niente di male». Poi arrivano i dettagli raccapriccianti: «Tra l’altro – racconta Becchi – io ho sofferto per le fistole al sedere. Ho anche scritto un racconto bellissimo, Anatomia del dolore, e chiedo: qualcuno me lo pubblica? L’ho scritto perché la fistola anale è una cosa che mi fa soffrire tantissimo. È un racconto bellissimo dove di parla di una suora, del mio rapporto con gli angeli e alla fine c’è anche un bel rapporto sessuale. Se mi chiamavo Baricco lo pubblicavano subito. Una parte l’avevo pubblicata con il “Corriere della Sera” quando ancora mi volevano bene. Da quando sono grillino non mi pubblicano più niente», è il grido di dolore, forse realmente anale, del professore. Che per narcisisimo o altro, si espone a questi teatrini nel nome e per conto dei malcapitati Cinque Stelle, che di tutto hanno bisogno, per essere credibili, tranne che di provocazioni politiche e cul-turali.