Da Ingroia alla Mannoia, se questa è “l’Italia migliore” teniamoci ben stretta quella “peggiore”

Tutti insieme appassionatamente, con qualche differenza: al posto del film c’è la piazza; al posto della colonna sonora e della celebre My Favority Things ci sono Bandiera rossa e Bella ciao; come attori protagonisti mancano Julie Andrews e Christopher Plummer ma ci sono i Comunisti italiani (sì, proprio loro) con un nutrito gruppo di intellettuali, sempre gli stessi, i personaggi che gravitano attorno a Micromega stretti in uno strano abbraccio con i grillini. Tutti insieme appassionatamente vanno alla manifestazione promossa a Roma dalla Fiom, e cioè dalla fetta del sindacato più rosso e più legato alle vecchie logiche, e hanno anche la faccia tosta di autodefinirsi «l’Italia migliore». Proprio così, l’Italia migliore sarebbe rappresentata da Fiorella Mannoia, l’ugola della sinistra, antiberlusconiana nel sangue, che ha la presunzione di interpretare il pensiero femminile e di svelare quello che le donne non dicono; da Gino Strada, il fondatore di Emergency, che in uno slancio di grande umanità ed eleganza verbale ha definito Brunetta «esteticamente incompatibile con Venezia», ironizzando sul suo aspetto fisico; da Antonio Ingroia, il leader del partito che ha preso una batosta indescrivibile alle elezioni; e dall’ormai onnipresente Stefano Rodotà, il predestinato – non si sa ancora il perché – alla presidenza della Repubblica e vittima del golpettino istituzionale, almeno a sentire i grillini. Ma non solo. Tra gli esponenti dell’Italia migliore annotano Nichi Vendola, che più compagno non si può, assieme ai vertici e ai militanti di Sel; una rappresentanza dei parlamentari Cinque Stelle, che ormai vanno dappertutto in cerca dell’Isola che non c’è; il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky amato, anche lui (e non a caso) dai grillini; e con un tocco spettacolare Andrea Camilleri con il suo Montalbano. Nell’elenco mancano i nomi dei capigruppo dell’ex comico, Roberta Lombardi e Vito Crimi, assenti ma solo per impegni già presi, e se ne sente la mancanza. Gli slogan sono sempre uguali, il nemico anche, l’unione tra il proletariato e i radical chic un po’ innaturale ma fa comodo, il linguaggio  e le argomentazioni ricalcano quelle di un anno fa, che erano le stesse di quelle di dieci anni fa, che a loro volta erano le stesse di quelle di trent’anni fa. Almeno però danno una certezza: se loro rappresentano l’Italia migliore, preferiamo tenerci ben stretta quella “peggiore”.