Con Pd e Pdl separati in casa, Letta non dura a lungo

È difficile derubricare le parole di Zanda alla stregua di una “voce dal sen fuggita”. Troppo di lungo corso è il capogruppo democrat al Senato per poter così incautamente sdrucciolare sull’argomento dell’ineleggibilità di Berlusconi. Oltretutto lo ha detto in un’intervista all’Avvenire, cioè comodamente seduto in pieno assetto di ricezione e trasmissione del pensiero e non di sfuggita davanti a un microfono di passaggio. E poi Zanda è uomo della Prima Repubblica, capo della segreteria di Cossiga al tempo del sequestro Moro. Di quell’epoca ha ereditato lo stile felpato, lontanissimo anni luce dall’inconcludente fracasso da elefanti nelle cristallerie cui ci ha abituato il bipolarismo muscolare della Seconda Repubblica. Anche per questo meraviglia non poco la sua sortita, non a caso immediatamente arpionata dal plauso dei grillini cui non sembra vero poterla sventolare come uno scalpo per mettere il Pd con le spalle al muro su una questione che sullo sbandato elettorato di quel partito fa lo stesso effetto del sangue sugli squali.

In altri tempi, ai tempi di Zanda appunto, le dichiarazioni ufficiali di un capogruppo impegnavano l’intero partito. Oggi le logiche sono meno ferree ma non per questo uno di quel livello può straparlare come al bar dello sport. E allora è presumibile che d’intesa con il resto del Pd Zanda abbia voluto rendere la pariglia al Pdl, che solo ieri ha riesumato il dossier intercettazioni. Questo va per quello. Con la differenza, tutt’altro che trascurabile, che mentre le proposte dei berlusconiani possono provocare al massimo l’orticaria, le repliche dei loro avversari-alleati somigliano a vere e proprie hanno rappresaglie.
Comunque sia, si tratta di una situazione che sul medio-lungo periodo è fatalmente destinata a sfibrare definitivamente il già fragile governo Letta. La condizione di separati in casa tra Pd e Pdl ben si sarebbe attagliata a un governo di scopo, con obiettivi limitatissimi da raggiungere in un arco di tempo breve. Ma quello in carica non solo non si è dato una scadenza ma intende addirittura mettere in cantiere riforme il cui varo non può essere previsto prima dei prossimi due anni.
Al punto in cui siamo s’impone perciò una scelta: o si rimodula, limitandolo al massimo, il raggio d’azione del governo oppure si deve trovare il coraggio di parlare il linguaggio della verità agli italiani e agli elettori dei due schieramenti in particolare.
L’Italia, la sua economia, le sue famiglie, le sue imprese non possono assistere ancora a lungo a una guerriglia quotidiana la cui posta in gioco è, in definitiva, il titolo d’apertura di un tg a futura memoria elettorale. La gravità della crisi richiede serietà d’intenti e comportamenti conseguenti. E solo chi oggi si fa carico di una scelta sicuramente sgradita ai rispettivi elettorati, avrà titolo domani a parlare in nome e per conto di tutti gli italiani.