Chiamparino dopo Bersani? Il Pd brancola nel buio. L’ex sindaco smentisce: non ho neanche la tessera

Forse ha le physique du role. Ma chi? Sergio Chiamparino, non proprio un bersaniano di ferro. «Qui bisogna raddoppiare l’Imu sulla segreteria del Pd»,  twitta Luca Telese a cinque giorni dalla direzione democratica che dovrebbe tirare fuori dal cilindro la soluzione provvisoria alle dimissioni di Bersani. «Prima bisogna capire chi è il padrone di casa», ritwitta un internauta. L’ironia sulle troppe Caporetto del Pd, solo parzialmente mitigate dal governo Letta, si sprecano. L’argomento  corredato dalla fotografia dei tre partiti che covano nel seno dell’ex partitone (quelli della sindrome di Stoccolma, la ribollita renziana e il centro togliattiano, secondo la definizione di Antonio Polito) si presta al gioco e alle previsioni di implosioni e scissioni. Tra le ipotesi del futuro nuovo timoniere anche l’ex sindaco di Torino. Sarebbe lui il nome capace di mettere d’accordo le correnti? «Non scherziamo», taglia corto intervistato da Repubblica, l’attuale presidente della Compagnia di San Paolo. La voce circola da un po’ e lui ci tiene a far sapere che non se ne parla, ricordando con orgoglio di non avere più «nemmeno la tessera».

Di sicuro la riunione di sabato si annuncia kafkiana: si aprirà con la segreteria e la presidenza dimissionarie e al nodo politico della successione a Bersani si sommerà il giallo sul metodo da seguire per svolgere l’assemblea. Le ipotesi sul tappeto sono due: il comitato di gestione o il segretario unico, per ora la più accreditata in vista del congresso calendarizzato per ottobre. Tra gli scogli anche la modifica dello statuto chiamato a dirimere il rebus se sommare nella stessa figura del leader il candidato alla premiership oppure tenere distinti i due ruoli. I più accreditati a prendere il testimone sono il bersaniano Epifani, sgradito ai renziani, e il dalemiano Guanni Cuperlo. Ma la lista dei papabili cambia e si allunga di ora in ora, proprio la Stampa di Torino fa il nome dell’ex sindaco della città sabauda, «lanciato dai veltroniani per scongiurare i venti di scissione tra ex Ds ed ex Margherita». Un nome che non dovrebbe dispiacere al sindaco di Firenze, come è noto molto più interessato alle vicende di Palazzo Chigi che alla bottega democratica. Non ha la tessera ma, dice il diretto interessato, «con l’aria che tira mi sento ancora tra i più fedeli!. Parole che rendono bene il clima da guerra di tutti contro tutti, in un caos dove è impossibile tracciare il confine tra l’ortodossia e l’eresia, la maggioranza e l’opposizione, il vecchio e il nuovo. «Sia chiaro non smetterò di appassionarmi alla politica…. Ma non mi cattureranno facilmente nel gioco dei partiti. Nel 2012 non ho rinnovato la tessera del Pd perché non è bene che il presidente di una fondazione bancaria sia iscritto a un partito».  E anche qui le ironie si sprecano. Arturo Parisi, invece, ce l’ha invece con questa mania delle primarie («con i loro palloncini e i coriandoli») e rimpiange i congressi di una volta.