Caro Bondi, non cedere alla deriva “zapaterista”

Nutro una sincera simpatia per Sandro Bondi. Lo reputo un parlamentare molto attento e un dirigente veramente serio. Da ministro dei Beni Culturali si dimise dall’incarico per responsabilità non sue. Un gesto di grande dignità umana. Politicamente, la migliore risposta che potesse dare ad un’isterica campagna montata dalla sinistra contro di lui a seguito del crollo di un muro in quel di Pompei. Altri ne sono poi crollati, con altri ministri, ma nessuno ha fiatato.
Non mi fa dunque velo un pregiudizio se scrivo di non condividere una sola parola dell’intervista pubblicata da Repubblica in cui l’esponente del Pdl apre alla possibilità di una regolamentazione normativa delle unioni omosessuali, provocatoriamente lanciata da Vendola sotto forma di “larghe intese” sui diritti civili.
Bondi muove dalla preoccupazione che la sinistra possa crescere elettoralmente agitando il tema dell’allargamento della frontiera dei diritti individuali, tema – secondo lui – più che gradito alla maggioranza degli italiani.
Il consenso, si sa, non è questione secondaria per i partiti ed il Pdl non fa certo eccezione, anzi. Ma i partiti non possono ridursi ad essere esclusivamente il riflesso, lo specchio di una società. Tanto più su una questione particolarmente controversa come questa, che una rappresentazione tutta mediatica vuole stretta a tenaglia da atteggiamenti discriminatori al limite del razzismo da un lato, e la spensierata equiparazione di coppie “omo” ed “etero” dall’altro. Piaccia o meno, la realtà è molto più sfumata e si può essere contrari alle nozze tra due uomini o due donne senza per questo risultare necessariamente positivo al doping del disprezzo o dell’odio verso gay e lesbiche. Comunque sia, il tema va valutato anche per gli effetti che produce.
Vale la pena ricordare che l’affievolimento dei fattori unificanti di una comunità ne avvia spesso la decadenza. Almeno così insegna la storia. Ed oggi questi elementi, a dir poco, scarseggiano. Siamo passati dal “ciascuno è fabbro della propria sorte”, massima evergreen in cui il riferimento all’individuo è inquadrato in una cornice di libertà e di responsabilità, all’ossessiva richiesta dell’inveramento giuridico del desiderio, basata sul simil-cartesiano “io voglio ergo è un mio diritto” che spinge, ad esempio, donne settantenni a diventare madri. È giusto? Sarà, ma chi tutela il diritto (vero) di quel neonato ad essere figlio di una mamma e non di una nonna? E chi tutela quello di un bambino adottato da una coppia omosessuale ad essere figlio di una mamma-donna e di un papà che si fa la barba? Chi si preoccupa del loro armonico sviluppo e della loro normale preparazione alla vita? Certo, le cose cambiano. La modernità fa la sua parte, pone problemi nuovi ed esige regole e leggi adeguate. Ma queste possono essere aggiornate, mai capovolte. Oggi, ad esempio, la struttura familiare è in gran parte diversa da quella di un secolo fa. Si è ristretta solo a padre, madre e a (pochi) figli, con conseguenze non da poco sui modelli educativi e sul rapporto genitori-figli, ma la famiglia è rimasta comunque incastonata nell’alveo del diritto naturale, recepito dalla nostra Costituzione.
Ma anche l’attualità, con il suo pesantissimo carico di crisi, ci invita a riflessioni più ponderate. L’Italia è da tempo in stasi demografica. Il segno “più” registrato dai dati dell’ultimo censimento è dovuto quasi per intero all’apporto degli immigrati. Il nostro è un Paese di vecchi e per vecchi. L’esorbitante spesa pubblica per pensioni e sanità sta lì a dimostrarlo in tutta la sua drammatica evidenza. Solo politiche di incentivi alla natalità possono invertire tendenze così negative. Con tutta la buona volontà, non sembra proprio che la regolamentazione delle unioni – “omo” o “etero” non importa – vada in questa direzione. Tutt’altro. Renderebbe ancor più residuale il matrimonio. Non si capisce infatti per quale motivi una coppia dovrebbe accettare i vincoli imposti dall’unione religiosa o civile quando ognuno dei coniugi potrebbe ottenerne le stesse tutele con una semplice convivenza seppur codificata. Senza trascurare che l’arrivo dei figli costituisce un esito più certo in un’unione concepita come progetto di vita comune che in una convivenza intesa come esperimento di coppia.
Il tema, come si vede, è complesso e non può essere affrontato a colpi di slogan fumogeni. Cominciamo allora col dire che non esiste una “questione omosessuale”, con una sua autonoma specificità culturale. Esistono uomini e donne già oggi liberi di scegliere il loro partner e di convivervi se lo ritengono. Pregiudizi ed intolleranze esistono e resistono è vero, ma vanno superati con la cultura. Al contrario, non esistono soluzioni normative al di fuori del diritto naturale. Matrimonio ed adozioni da parte di coppie gay non rispondono ad esigenze reali e diffuse, ma si iscrivono in quella nuova frontiera della lotta politica che ha portato la sinistra globalizzata ad occuparsi più del “terzo sesso” che del “quarto stato”, e quindi a considerare la tutela dei cosiddetti diritti civili preminente rispetto a quelli derivanti dal conflitto sociale.
Ed anche Bondi rifletta sulle sue stesse parole. Non è questa materia da affrontare in chiave elettoralistica. Almeno per il Pdl, movimento più sensibile alle corde profonde del sentimento popolare. Un liberale non abbraccia una causa solo perché la considera elettoralmente conveniente, ammesso che questa realmente lo sia. A meno che non voglia che, dopo la Spagna di Zapatero e la Francia di Hollande, anche l’Italia si trasformi in una di “quelle contrade” dove “la fede nell’opinione pubblica diventa una specie di religione, e la maggioranza è il suo profeta”. Parole di Alexis de Tocqueville. Da seguire sempre, in modo particolare in casi come questi. Non fosse altro per evitare di finire nella morsa degli opposti integralismi.