Acthung! Il crollo “grillino” può mandare in soffitta le larghe intese

C’è qualcosa di nuovo, anzi di antico nel lamento post-elettorale intonato via blog da Beppe Grillo. Un qualcosa addirittura di familiare per chi ha militato nella destra italiana pre-Fiuggi. Tranquilli, non voglio macchiarmi di blasfemia né cerco facili provocazioni, ma – non so a voi – a me pare di intravedere tracce, per altro alquanto kitsch, di riflessi simil-missini nell’imprecazione contro quella parte di elettorato ritenuta irraggiungibile poiché “vive di politica”, cui l’ex comico plasticamente contrappone l’altra parte, quella delle partite Iva, dei disoccupati, dei non garantiti, cioè quella che rischia in proprio e che per questo è tenuta a distanza di sicurezza dalle stanze del potere.
Anche noi missini eravamo convinti che alle due “Italie”, quella nata dalla Resistenza e quella che resisteva ai Resistenti, corrispondessero due elettorati: uno attaccato alle greppie della partitocrazia onnivora ed asfissiante, l’altro, il nostro, che non vi si piegava e che si batteva – per dirla con Gianna Preda – «contro i giochi conciliari» organizzati contro gli interessi nazionali dalla combutta tra il diavolo del Pci e l’acqua santa della Dc con codazzo di sigle più o meno utili. Ma una differenza c’è, e non da poco: il Msi era realmente un’altra cosa rispetto al resto dei partiti. E ne ha pagato il prezzo. Non è affatto esagerato affermare che in nessun sistema democratico, nessuna forza politica ha mai patito la discriminazione subita dalla Fiamma Tricolore. E non per un giorno solo, ma per circa mezzo secolo. Grillo, invece, nel ghetto si è rinchiuso da solo e solo per paura di vedersi costretto al salto del miles gloriosus e quindi a dimostrare per intero il valore dei Crimi e delle Lombardi nell’azione di governo, cioè in qualcosa un po’ più difficile dell’armare una diretta streaming o di riportare a libro mastro ricevute, fatture e bonifici bancari dei parlamentari. Ecco perché non ha senso sfogarsi sull’elettorato. Del resto, è a dir poco singolare che un movimento con la pretesa di essere riconosciuto come il portavoce collettivo della rabbia e delle istanze popolari possa poi accusare i cittadini del deludente verdetto elettorale ricevuto. Persino Saragat ebbe a dire una volta «la situazione non ci ha capiti», ma era evidentemente ironico. Grillo, invece, ne è realmente convinto.
In altri tempi qualcuno avrebbe scomodato le «dure repliche della storia» per argomentare la Caporetto grillina nelle urne. Ma qui di storico c’è proprio poco e l’unico che ha titolo per pronunciare l’immancabile «l’avevo detto io» è il povero Bersani, che finalmente può rivalersi sugli arroganti Cinquestelle che lo avevano pesantemente sbeffeggiato al tempo dell’offerta del “governo del cambiamento”. Crozza ne prenda atto.
Ironie a parte, il senso profondo della sconfitta di Grillo va ricercato proprio nell’aver scambiato le rabbiose invettive della Rete per programma di governo e nell’essersi convinto che bastasse urlare “tutti a casa” o restituire i soldi del finanziamento pubblico per ottenere il premio dagli elettori. Non è stato così. E proprio la debacle grillina deve far riflettere su un altro aspetto evidenziato dal turno amministrativo di domenica scorsa: il sistema politico si conferma bipolare, se non nella sua rappresentazione esteriore (i poli restano tre), almeno nella mentalità dei cittadini. Alle elezioni politiche Grillo ha chiesto il voto, lo ha ottenuto, ma lo ha sterilizzarlo nella mera azione di denuncia. È una linea che non ha pagato. È perciò probabile che presto i suoi seguaci gliene chiederanno conto, in nome di quella ferrea regola della vita e non solo della politica in base alla quale si vince insieme e si perde da soli. A quel punto nessuno potrebbe escludere la possibilità di una scissione nei gruppi parlamentari del M5S con il dichiarato scopo di correre in soccorso del semivincitore di febbraio, cioè il Pd, cui offrire la rete numerica di protezione per sganciare dal governo il Pdl e poi ammucchiarsi a sinistra con Vendola e fare maggioranza anche al Senato. Ma questo può essere il primo capitolo del secondo tempo della XVII legislatura.