A sinistra nulla cambia, ma c’è sempre chi scrive un nuovo libro…

Oltre la rottamazione è il nuovo libro di Matteo Renzi. A sinistra non cambia mai nulla ma c’è sempre qualche buon motivo per scrivere un nuovo libro. Il sindaco fiorentino sembra essere sulla strada di Walter Veltroni. Fatti pochi, parole tante. Matteo Renzi sembra un po’ Beppe Grillo e un po’ Mariotto Segni. Del primo ricorda la sua voglia di stare fuori dalle stanze del potere per contare paradossalmente di più: nel caso di specie, il sindaco di Firenze si rifiuta di guidare il Pd perché ritiene di poter essere più influente “fuori” il Pd che alla guida del Pd. Eppure se si candidasse alla segreteria del partito, oggi prenderebbe percentuali bulgare.  E invece il Renzi non vuole caricarsi sul groppone il fallimento dei democrat, che ieri si son divisi tra Epifani e Landini, due esponenti del sindacalismo che più rosso non si può. Renzi somiglia un po’ anche a Mariotto Segni: ha il paese in pugno, tutti i sondaggi lo danno in testa, il suo gradimento è sempre in ascesa. Però attende. La sua tattica attendista può essergli fatale. Contare solo sul logoramento degli altri è molto “italiano” ma può essere un pericolo, alla lunga. La sua vaghezza “politica” rischia di far cadere il suo fragile castello di carte, ieri nascosto dietro la rottamazione e oggi indistinguibile “oltre la rottamazione”.

Eppure Renzi piace. Alla gente che piace, innanzitutto. Piace anche perché lui fa di tutto per non piacere a una certa sinistra alla Vendola e alla Landini che fa una paura nera al 90 per cento degli italiani. Piace paradossalmente ai più anziani, nonostante la sua retorica sulla rottamazione, furbescamente messa da parte. Il sondaggio Demos di oggi svela che Renzi piace più agli elettori centristi che al Pd. E paradossalmente più agli elettori di Berlusconi che a quelli di Grillo e Vendola. Renzi ha solo un grosso problema: non sfonda al Sud, dove già alle primarie prese percentuali imbarazzanti. Ma può recuperare. In tanti hanno chiesto a Renzi di uscire dal Pd, di fare un suo partito “oltre destra e sinistra” e altre proposte indecenti sempre rispedite al mittente. Perché leggendo il suo libro Oltre la rottamazione, al centro del pensiero renziano c’è il buon vecchio bipolarismo. Per Renzi è un valore: le attuali distorsioni del sistema Italia, Grillo compreso, non sono frutto del bipolarismo, ma del suo mancato funzionamento. Renzi sa che per vincere le elezioni deve parlare a chi ha votato o vota Berlusconi, ma sa anche bene che senza i voti del Pd non riuscirà mai ad arrivare a Palazzo Chigi. In fin dei conti è questo il bipolarismo vero: ovunque si vince compattando la propria base elettorale e prendendo voti dall’altra parte. Renzi lo ha capito benissimo. E così vuole mettere le mani sul Pd ma non la faccia, in modo da poter essere spendibile agli occhi di chi difficilmente mai voterà Pd. Per fare tutto questo, serve una riforma della legge elettorale. E anche della costituzione: ecco perché Renzi sostiene il governo Letta. Vuole una legge elettorale a doppio turno, con collegio. E il semipresidenzialismo o premierato per poter esercitare al meglio la sua leadership e in tal modo oscurare anche il Pd. Per giungere a questi obiettivi, gli servono i voti del Pdl. Oltre che superare alcune diffidenze nel Pd. Ma se i compagni, pur di sopravvivere, si ricicleranno come fan dell’ex rottamatore, problemi potrebbero venire da Arcore. Dopo un’accelerazione iniziale, Berlusconi oggi frena sulle riforme: sa che Renzi è oggi l’unico che può batterlo. Come Segni nel 1994. Sappiamo come è finita. Ma il Cav non vuole dare nessun vantaggio al nemico del futuro.