A Bologna l’ennesima sconfitta della sinistra alla Rodotà

Solo il 27% dei bolognesi ha partecipato al referendum proposto da Articolo 33 per togliere i contributi pubblici alle scuole dell’infanzia non statali. I sì son stati il 58%, i no il 42%. Il referendum era consultivo, non c’era il quorum ma la bassissima affluenza al voto è una sconfitta per la coalizione della nuova sinistra, guidata da Stefano Rodotà, che ha voluto la consultazione. Nemmeno un bolognese su 5 ha dunque seguito le istruzioni di questo impasto di Fiom e grillini, centri sociali e difensori della Costituzione. La battaglia ideologica di questa sinistra è una follia per vari motivi. Pensate: alle scuole paritarie, che accolgono il 21% degli alunni, il Comune di Bologna destina il 2,8% di quanto investe nella scuola dell’infanzia. Non solo, ma il monopolio dello stato nell’istruzione è una prerogativa dei regimi totalitari, non certo della democrazia. La volontà degli ex comunisti di monopolizzare la formazione dei nostri bambini attraverso il monopolio della scuola di  Stato, ricorda molto il fascismo che non aveva certo un buon rapporto con le scuole cattoliche che non miravano certo alla formazione del nuovo italiano perseguita dal regime nelle scuole pubbliche. Eppure dispiace che il dibattito sul referendum di Bologna sia stato tutto interno alla sinistra. Che da buona tradizione si è spaccata in due tronconi: una parte contro le scuole private e l’altra a favore del sistema integrato attualmente esistente. Si è divisa anche la Cgil: il sindacato a livello nazionale ha appoggiato lo stop ai finanziamenti alle private ma il segretario della Cgil Bologna, Danilo Gruppi, aveva detto chiaramente che la consultazione referendaria  «non è sufficiente a risolvere una questione molto seria». E aveva lasciato libertà di voto. Chissà quanti figli di sindacalisti e iscritti alla Cgil sono iscritti alle scuole private tanto vituperate. Peccato che la destra, se esiste ancora, non abbia fatto della contrarietà al referendum bolognese un suo cavallo di battaglia come sta facendo l’Ump in Francia contro le adozioni gay. Alla fine il dibattito è stato tra Rodotà e Prodi: un derby tra compagni. La destra non è pervenuta, nonostante un discreto attivismo della base sul territorio. Insomma, mentre la scuola italiana non se la passa benissimo, la sinistra pensa di risolvere i problemi della nostra istruzione colpendo le scuole non statali, con un rigurgito laicista che nemmeno la Francia di inizio ‘900. Così, a Chicago il Sindaco Rahm chiude 56 scuole pubbliche per scarsi risultati e costi troppo elevati. In Italia certa sinistra italiana invece vuole colpire l’eccellenza della scuola italiana che costa poco o nulla alle finanze della Repubblica in nome di un egualitarismo folle e pericoloso. L’ex braccio destro di Obama si è detto pronto a subire “qualsiasi conseguenza politica se ciò serve a dare un futuro migliore ai nostri figli. Chiudere queste scuole fatiscenti era politicamente rischioso ma necessario per l’educazione dei ragazzi”. Mentre quella di Rodotà sulla scuola è solo una battaglia ideologica: la Costituzione prevede che lo Stato debba istituire “scuole statali per tutti gli ordini e gradi”. In tempi di crisi, questa norma dovrebbe almeno imporre che le scarse risorse disponibili siano in maniera assolutamente prioritaria destinate alla scuola pubblica in modo di garantirne la funzionalità. Per Rodotà e i suoi conta solo che la scuola sia di Stato. Non di qualità. Per lui l’educazione è compito esclusivo dello Stato, non anche di famiglie, ordini religiosi e privati. Come è sempre stato nella storia dell’uomo. Su questi temi bisognava fare una crociata, una grande battaglia culturale. E di destra. Invece…