64 anni fa il Grande Torino entrò nel cuore di tutti gli italiani

Il 4 maggio di 64 anni fa il Grande Torino entra nella leggenda, una leggenda triste, drammatica, ma incancellabile. La tragedia, la più grande che abbia colpito il calcio italiano, avvenne alle 17,05.  C’erano una fitta nebbia e pioggia nel cielo sopra Superga: l’aereo, un 212 Fiat trimotore, si abbatte dopo aver inviato un ultimo messaggio: tra venti minuti saremo a Torino. L’aereo stava riportando a casa la squadra del Grande Torino da Lisbona dove aveva disputato un incontro amichevole con il Benfica. Nell’incidente persero la vita tutti i giocatori, il cui agonismo aveva simboleggiato la ripresa dell’Italia dopo la guerra, un simbolo, una speranza in cui tutti gli italiani si erano identificati: la squadra aveva vinto 5 scudetti di fila e una Coppa Italia e schierava dieci su undici giocatori in Nazionale. Il Torino fu proclamato vincitore del campionato a tavolino e gli avversari di turno, così come lo stesso Torino, schierarono le formazioni giovanili nelle restanti quattro partite. Il giorno dei funerali quasi un milione di persone scese in piazza a per dare l’ultimo saluto ai giocatori. Lo choc fu tale che l’anno seguente la nazionale si recò ai Mondiali in Brasile viaggiando in nave.

Si è svolta la cerimonia commemorativa della tragedia sulla collina di Superga dove sono arrivati in 5mila. Aldo Rabino, il cappellano del Toro, ha celebrato la funzione religiosa, dopo la quale il capitano Rolando Bianchi ha letto per l’ultima volta dalla lapide i nomi di tutti i caduti. Nella tragedia di Superga morirono trentuno persone fra atleti, dirigenti, giornalisti e membri dell’equipaggio: i giocatori Valerio Bacigalupo, Aldo Ballarin, Dino Ballarin, Emile Bongiorni, Eusebio Castigliano, Rubens Fadini, Guglielmo Gabetto, Ruggero Grava, Giuseppe Grezar, Ezio Loik, Virgilio Maroso, Danilo Martelli, Valentino Mazzola, Romeo Menti, Piero Operto, Franco Ossola, Mario Rigamonti, Giulio Schubert e gli allenatori Egri Erbstein, Leslie Levesley, il massaggiatore Ottavio Cortina con i dirigenti Arnaldo Agnisetta, Andrea Bonaiuti e Ippolito Civalleri.

Morirono anche tre giornalisti sportivi italiani: Renato Casalbore, fondatore di Tuttosport, Renato Tosatti della Gazzetta del Popolo e Luigi Cavallero della Stampa ed i membri dell’equipaggio Pierluigi Meroni, Celeste D’Inca, Celeste Biancardi e Antonio Pangrazi. Si salvarono solo tre giocatori che per svariati motivi non parteciparono alla trasferta portoghese: il secondo portiere Renato Gandolfi che cedette il posto a Dino Ballarin, Sauro Tomà infortunato al ginocchio e Luigi Gandolfi, un giovane del vivaio granata. Si salvarono anche Ferruccio Novo, alle prese con una brutta broncopolmonite, e il telecronista Nicolò Carosio che rimase a casa per la cresima del figlio.

«Quella – dice Sandro Mazzola, figlio di Valentino, che fu tra le vittime – era la migliore squadra italiana di tutti i tempi e non solo. Racconto un aneddoto che dà la misura del valore di quei calciatori: il Toro andò a giocare contro l’invincibile Brasile e i brasiliani affermarono che i granata erano l’unica formazione che poteva essere ai loro livelli».