Una nuova destra è possibile, se ricomincia da Aristotele

Un grande europeo come Aristotele individuava nel Telos, il Fine , ciò cui si tende, la questione delle questioni. L’orizzonte verso il quale ci muoviamo, diceva, è il vero problema. E se non abbiamo chiaro tale obiettivo, se non abbiamo soluzioni pronte e alla portata di mano, se non ci nutriamo a questa fonte, il rischio di precipitare  è alto. E’ quanto sta accadendo a noi, italiani ed europei, vittime di un falso pragmatismo. Ed è quanto, per certi versi, si registra sul versante politico nel nostro Paese. Dove alla mancanza di vision, di un orizzonte cui tendere , si accompagna un vuoto assoluto di responsabilità e di decisioni. Avremmo bisogno di una politica che sappia affrontare le necessità del momento; che rivendichi il proprio primato, senza concedersi illusioni, con sano realismo; che recuperi il potere di orientare e governare, senza eludere urgenze ed emergenze. Una politica che sappia dare un indirizzo, ricostruire un ordine. Una politica che sappia ripulirsi nel proprio seno e bonificare lo Stato, riorganizzandolo nei livelli istituzionali e riarticolandolo in quelli sociali ed economici.

Invece siamo immersi in “un presente senza vita”, per dirla con Galli della Loggia. Consumata la frattura con le culture storiche del nostro Novecento non siamo più riusciti ad immaginare alcun futuro per il Paese. Avviluppati in una sorta di smarrimento collettivo, abbiamo perso il senso del passato, il portato della nostra storia, i connotati della nostra identità.

Tramontate le ideologie e archiviati i filoni culturali del socialismo, del fascismo, del cattolicesimo politico e del comunismo gramsciano, siamo sprofondati in totale afasia. Privi di idee e di fantasia. Peggio; si è spento persino l’orgoglio reattivo che pure, in passato, ci ha  soccorso nei momenti di crisi.  Rassegnati al vuoto: questo sembriamo essere. Come se dal vuoto si potesse costruire qualcosa!

Invece, ci vuole ben altro per riannodare i fili, per ridarci un profilo comunitario e ritessere la tela slabbrata della nostra sovranità, annichilita dalla finanza senza volto e  soppiantata da un’Europa senza identità.

Pensare di poter risolvere questi problemi di fondo delegandoli ad altri significa soffrire di pura immaginazione. E’ dentro di noi che bisogna trovare le soluzioni. Ricominciando, proprio, dalla ricostruzione del passato. Che non vuol dire, si badi, illudersi di un suo improbabile ritorno. Né coltivare l’idea che basti evocarlo, il passato, per ritagliarsi un ruolo di protagonisti nel mondo che cambia alla velocità del suono. No, questo non avrebbe senso. Al contrario, la dimensione del passato va qui intesa come ricerca affannosa di identità smarrita. Banco di raffronto per tornare a credere in se stessi.  Non più antipolitica che si confonde con l’anti-Stato. Né politica priva di mordente, carente di progetto e di visione.

In questa costruzione di una idea di Italia – ecco la domanda che mi sovviene dopo aver letto l’articolo di Mario Landolfi sul “Che fare?” se Berlusconi rifà Forza Italia – c’è spazio per una nuova destra ? Certo, se ragioniamo sulle ali del pragmatismo, non vedo come si possa immaginare un ruolo della destra, dopo le vicende che ne hanno segnato il declino come soggetto politicamente unitario, e per ciò stesso in grado di ottenere una rappresentanza parlamentare, quale, storicamente, ha sempre avuto in periodo repubblicano. Oggi esiste, questo sì, una “destra diffusa”, che si incarna in sentimenti, pulsioni, valori, idee quali il senso dello Stato, il senso delle Istituzioni e della sacralità della vita di portata pre-politica e, come tali, ormai comuni a più ambiti della società. Trasferirli in un progetto unificante sul piano politico, presuppone un grande lavoro di elaborazione  e di sintesi. Oltre ad una approfondita analisi della realtà nella quale ci muoviamo.

E poi, va detto senza infingimenti, c’è una  certa “destra” che oggi rappresenta Berlusconi, con la sua soverchiante personalità e con la vis del combattente indomito. Può piacere o meno, ma questo è un dato dal quale non si può prescindere se abbiamo sufficientemente chiaro il quadro in cui ci muoviamo.  Certo, non si può pensare, in termini politici, che questo nasconda la crisi che pure attraversa il centrodestra nel suo complesso e che si è resa manifesta dalla perdita secca di oltre 6 milioni di voti nelle ultime consultazioni. Fatto sta che, finché non si troverà la forza e il coraggio, su quel versante, di aprire il confronto sulla nuova fase che si è aprirà inevitabilmente con la fine del leaderismo, per come l’abbiamo vissuta negli ultimi anni, lo spazio appare ridotto.

Questo non significa votarsi all’immobilismo. Tutt’altro. Qui si tratta di ridefinire il centro-destra nel suo complesso. Dargli nuova linfa e nuova energia. Aprire una fase di ri-fondazione che poggi su un solido collante culturale (la nuova sintesi che finora è mancata tra i vari filoni che diedero vita, a suo tempo, alla Casa delle Libertà), che si organizzi in termini confederativi (lasciando intatte le specificità di ognuno), e che prenda coscienza dei cambiamenti in atto nella società complessa nella quale siamo immersi per declinare una nuova agenda di valori. Su questo terreno una destra autenticamente moderna potrebbe tornare ad essere protagonista. Non si ha un ruolo, se prima non si ha una causa per cui valga la pena appassionarsi.