Saviano come Benigni, un altro flop in tv: battuto anche dalla Carrà. E Letta lo ignora…

Sarà perché Santoro l’ha mandato in onda nella fascia oraria “Marzullo”, quando la notte è alta e sono svegli in pochi, sarà che manco Scilipoti si sarebbe azzardato ad accusare Ratzinger di essersi dimesso per favorire i cattolici alle elezioni, come aveva fatto Saviano a pochi giorni dal voto, sarà che tutti hanno pensato a una marchetta del suo ultimo libro (puntualmente arrivata con una maxi-copertina fatta comparire a tradimento alle spalle di Santoro), sta di fatto che giovedì sera l’autore di Gomorra ha fatto precipitare gli ascolti di Servizio pubblico a livelli mai toccati prima. I confronti a distanza Saviano li ha persi tutti: contro Berlusconi, che in campagna elettorale da Santoro aveva fatto nove milioni di telespettatori, contro Mara Carfagna, che l’11 aprile ne aveva richiamati quasi quattro, contro Daniela Santanché  e Carlo Freccero, che la settimana scorsa avevano sfiorato gli stessi risultati, ma anche contro Raffaella Carrà, che ieri sera impazzava con The Voice con lustrini e caschetto biondo. La puntata di Servizio pubblico con Saviano ha fatto segnare uno dei peggiori risultati di sempre per Santoro: solo 2 milioni e 800mila spettatori, con uno share del 13,56%, quasi seicentomila spettatori in meno rispetto alla settimana precedente. Ma c’è di più: con l’arrivo in studio dello scrittore la curva dello share del programma è calata dal 19% fino a sotto il 15, superata da quella  di Porta a Porta,  dedicata all’ennesima autopsia giornalistica del delitto di Sarah Scazzi. Ma Saviano ha perso anche il confronto interno con gli altri ospiti: prima di lui, il dibattito con Stefano Fassina e Maurizio Landini aveva  fatto 400mila spettatori in più. Inutile girarci intorno: c’è stanchezza, nei seguaci delle icone artistiche e letterarie della sinistra, come dimostrano anche i recenti flop delle letture dantesche di Benigni.

Peccato, perché il monologo di Saviano che tratteggiava il racconto di un film cileno, “No”, descrivendo quella sinistra in grado di contrapporre alla dittatura di Pinochet i temi della felicità e dell’allegria, aveva una chiave di lettura originale e pungente. Anche se, ovviamente, andava a parare sulla solita solfa dell’antiberlusconismo. Una solfa che gli era valsa, qualche giorno prima, la convocazione di Bersani per una “consultazione” politica sulla formazione di un governo mai nato, consultazione di cui nessuno aveva compreso la motivazione, neanche a sinistra. Non a caso, almeno stando a sorprese dell’ultim’ora, Enrico Letta non ha fatto altrettanto. Con comprensibile sollievo di Papa Bergoglio.