Riparte la campagna anti-Alemanno mettendo in mezzo il figlio il quale, a 14 anni, «organizzava raid fascisti»

A leggere come la raccontano Il Fatto e Repubblica sembra di trovarsi dinanzi alla scena e ai loschi retroscena di un delitto efferato. Non che l’episodio non sia grave, ma si trattò dell’aggressione durante una festa a un ragazzo che aveva protestato contro i saluti romani. Se non che alla festa c’era anche Manfredi Alemanno (il quale però i saluti romani non li faceva, almeno secondo i testimoni). All’epoca era quattordicenne, non proprio l’età di un pericoloso criminale che organizza pestaggi in una signorile abitazione della Roma bene (il fattaccio avvenne alla Camilluccia). La vicenda fu tirata fuori tempo addietro perché una giornalista del Messaggero, Marida Lombardo Pijola, un anno fa scrisse una lettera ad Alemanno pregandolo di aiutare le indagini contro i bulli aggressori (e non a caso usiamo l’espressione “bulli” anziché l’epiteto “neofascisti”). Il Fatto ne fece una sorta di campagna antifascista vecchio stampo conclusa degnamente con la foto pubblicata dall’Huffington Post in cui Manfredi Alemanno faceva il saluto romano facendosi fotografare durante una vacanza. Ovviamente tutto questo zelo nasceva dal fatto che c’era di mezzo il sindaco di Roma e infatti il pm riapre le indagini e adesso che si scopre? Che due poliziotti sono indagati perché avrebbero lavorato per insabbiare il ruolo del figlio di Alemanno in quella serataccia violenta. Uno è l’autista del sindaco (nel tempo libero) e ha prelevato Manfredi Alemanno riportandolo a casa. Una cosa così grave visto che il ragazzino era minorenne e c’è stato un fuggi fuggi dopo le botte? L’altro avrebbe falsificato i verbali per “coprire” il figlio di Alemanno. E che avrà mai fatto un quattrodicenne? Ha chiamato lui al cellulare gli aggressori? No, è stato un amico che era con lui. Li ha fatti entrare lui nel condominio? No, nessuno lo ha visto fare questo. Ha partecipato all’aggressione? No, nessuno lo conferma. Già, ma i testimoni, tutti ragazzini, potrebbero essere stati intimiditi dalla polizia durante le indagini per evitare il coinvolgimento di Manfredi Alemanno (questa è la tesi del Fatto e di Repubblica). Una cosa facilissima da immaginare, soprattutto per i rampolli della Roma bene, i cui gentiori quasi aggrediscono i professori per un 5 in pagella… figuriamoci se li fanno intimidire dagli agenti di polizia. In ogni caso, bisogna battere la “pista nera”. Così è Repubblica ad aggiudicarsi la palma del miglior titolo fuorviante: “Coprirono il raid fascista del figlio di Alemanno”. Occhiello: il ragazzo fu portato via dal luogo del pestaggio in auto. Ma il raid lo fecero altri, il pestaggio lo fecero altri. Quale fu la colpa, finora accertata, di Alemanno jr? Chiamare l’autista del padre per farsi portare a casa? Un’ignominia, certo, una cosa che nessun altro nelle sue condizioni avrebbe fatto. E, dopo, avere detto che non conosceva gli aggressori. E anche qui o ha detto la verità (visto che gli aggressori non sono stati chiamati da lui) o ha scelto di non fare l’infame, il che non è poi così abominevole secondo i canoni dell’etica adolescenziale. Si vuole colpire il padre? Alemanno fa politica da una vita, non mancano argomenti per combatterlo a viso aperto e con correttezza. Ma lasciamo stare le feste a bordo piscina.