Renzi vuole il Pd, il M5S si spacca. Due partiti, una triste primavera

Matteo Renzi vuole prendersi il Pd. Ambizione legittima. Ed alla portata, visto lo stato di decozione di Bersani e dei suoi “giovani turchi”. Ha capito che il momento è arrivato: lo stallo ha giocato a suo favore. A differenza del suo segretario, non dice: voglio un governo, non ho i numeri ed il Parlamento mi deve comunque ascoltare e poi magari negarmi la fiducia. Gli italiani, anche quelli che hanno votato per la sinistra, non possono tollerare ragionamenti di questo genere che rivelano ottusità politica pari ad una smodata arroganza di potere. Renzi ha intercettato questo sentimento diffuso e si messo frontalmente contro i vertici del suo partito nella certezza che buona parte di loro, ragionevolmente, cederà e si ritroverà sulle sue posizioni. Intanto a fare il “rottamatore” non ci pensa più: vuole tutto e subito. E per ottenerlo è disposto ad ogni cosa, fino in fondo. La partita non prevede i supplementari.

E così sarà lui, con ogni probabilità, a scompligliare i giochi di Bersani per il Quirinale guidando una minoranza tutt’altro che velleitaria  (al momento del voto, infatti, potrebbe diventare maggioranza) nella seduta comune del Parlamento, facendosi designare dal Consiglio regionale della Toscana. Con Renzi in campo, in prima persona, cambierebbero molte cose nella strategia per l’elezione del presidente della Repubblica. La sintonia con il centrodestra potrebbe portare il “gustafeste” a stipulare un accordo complessivo sul Quirinale e sul governo nella prospettiva di elezioni comunque ravvicinate, con o senza nuova legge elettorale (e questo sarebbe comunque un bel problema per tutti). Renzi ne ricaverebbe la leadership del partito che gli avversari interni dovrebbero riconoscergli. Gli altri, quelli che proprio non ci possono stare, non avranno altra scelta che prendere una strada diversa.

Se il Pd si spaccherà – improbabile, ma non impossibile – la politica italiana cambierà radicalmente.

E non è da sottovalutare in queste ore le convulsioni che agitano il Movimento. Il sorriso dei pentastellati si è fatto amaro da un po’ di giorni, da quando si è manifestata una oggettiva distanza tra la base, i parlamentari ed il duo Grillo-Casaleggio. Il malessere è montato nel momento in cui un cospicuo numero di eletti ha cominciato a manifestare insofferenza verso i metodi leninisti con cui i gruppi vengono teleguidati. E a molti, sicuramente di sinistra, non è andato giù il “niet” del leader ad un accordo con il Pd. Poi ci si sono messi i dissidenti esterni che hanno inondato il web con il loro disappunto: poverini, credevano di poter contare qualcosa, ma Grillo gli ha fatto capire che chi non è con lui è contro di lui. Risultato: una decina di punti in meno nei sondaggi d’opinione. Il partito (o quel che sembra un partito) è virtualmente già sfasciato. Deputati e senatori  brancolano nel buio, non sanno cosa rispondere a chi li interpella, soprattutto si nascondono, come faranno oggi, insieme con il loro guru, da qualche parte per una resa dei conti che se non sarà definitiva, poco ci manca.

I presunti vincitori delle elezioni, Pd e M5S, hanno già perso. Anzi, si stanno perdendo. A conferma che i movimenti politici, le classi dirigenti, i militanti non è roba che nasce sotto i cavoli. Renzi l’ha capito e le menate di Bersani sui giaguari ed affini se prima lo hanno fatto ridere, dopo lo hanno avvilito. Così come i grillini: cominciano a capire che fare una nuotata è alla portata di chi è ben allenato; attraversare il Transatlantico di Montecitorio senza farsi ridere dietro è affare ben diverso e certamente più complicato.