Quanta ipocrisia su Fabri Fibra: escluso dal concertone, forse perché poco di sinistra e troppo anti-droga…

Guerra e pace è il titolo dell’ultimo disco d’oro di Fabri Fibra. Profetico, almeno a metà: nell’offensiva delle donne dell’associazione Di.r.e (donne in rete contro la violenza), irriducibilmente avversa alla partecipazione del rapper dissidente al concertone del 1 maggio, scende in campo anche la Triplice. L’attacco frontale parte lancia in resta all’assalto dei suoi testi, giudicati «omofobi, sessisti e misogini», e porta immediatamente alla resa senza condizioni dei sindacati che, nel giro di pochi ma concitati giorni di polemiche e recriminazioni, decidono di bandire dal palco l’artista marchigiano prima ancora che arrivi a salirci. Due, in particolare, i brani all’indice segnalati dalle attiviste dell’associazione in prima linea contro la violenza sulle donne, e che hanno motivato la scomunica di Cgil, Cisl e Uil: Su le mani (del 2006) che arriva a citare Pacciani, e Venerdì 17  (del 2004), in cui si descrive lo stupro e l’assassinio di una bambina. Ce n’è abbastanza perché l’autore di Senigallia corregga il tiro, arrivando ad esprimere senza equivoci e al di là delle rime, la sua ferma condanna al femminicidio e alla violenza domestica. Di più: in attesa che Fibra posti in rete – come annunciato, via Facebook e Twitter – le sue considerazioni, una prima replica alle accuse dei giorni scorsi arriva dalle colonne online dell’Huffington Post: «Il rap, come il cinema, racconta delle storie, alle volte crude alle volte spensierate. Spesso le rime e il rap servono per accendere i riflettori dove c’è il buio», sottolineando come – lui, che ha fatto della rima tagliente un’arma affilata contro tutti – «il rapper non prenda una posizione sulla canzone che scrive: è l’ascoltatore che è costretto a riflettere e a prendere una posizione». Le sue argomentazioni però non sono bastate ad evitargli la scomunica che ha portato alla censura preventiva, mai registrata prima al concertone. Un diktat che ha disorientato non poco gli stessi organizzatori, comunque obbedienti al niet dei sindacati. Un divieto in cui riecheggia lo stereotipo che lo stesso Fabri Fibra (mai tenero con i centri sociali…) ha contribuito ad alimentare, di rapper arrabbiato e violento, ma che – a ben guardare i testi dei suoi brani – suona ipocrita. Ipocrisia che raddoppia se solo si considera che tra gli ospiti di punta della kermesse di piazza San Giovanni figura il gruppo di Elio e le storie tese. Quelli che, mentre Fibra lanciava appelli contro la droga – “La cocaina fa schifo, ditelo a tutti” – e descriveva in Applausi per Fibra il corollario di violenza che le ruota intorno, «non si può stare insieme se m’ingorghi le vene, non domandarti come passano i giorni e le notti, non guardi mamma mentre piange e lacrima gli occhi», da un altro pulpito, ammantato di ironia, cantavano testi beceri sulle donne. Come in Servi della gleba: «Servi della gleba a tutta birra, carichi di hl di sburra; cuore in fiamme e maschera di ghiaccio, noi col nostro carico di sfaccio. Servi della gleba planetaria, schiavi della ghiandola mammaria, come dei simbolici Big Jimme: schiacci il tasto ed esce lo sfaccimme». Ma nessuno ha accusato Elio di  sessismo e misoginia…