Bersani dimissionario. Prodi ritira la candidatura. Pd a pezzi. E ora è il Pdl a studiare una rosa di nomi

Un Pd sotto choc, dove tutti sono sotto processo ma soprattutto uno, Pierluigi Bersani, che si è presentato dimissionario alla riunione dei parlamentari. Quindi li ha apostrofati così: “Uno su quattro qui è un traditore”. Parole che testimoniano un clima drammatico, un redde rationem non più rinviabile. Romano Prodi, dopo l’esito della quarta votazione, ha ritirato la candidatura: anche lui si sente tradito dal Pd e ammonisce: “Chi mi ha portato fin qui si assuma le sue responsabilità”. Anche Rosy Bindi ha lasciato la presidenza del partito sostenendo che non vuole farsi carico dell’attuale disastro del Pd. Alla quinta votazione il partito di Bersani voterà scheda bianca.

Silvio Berlusconi a questo punto è convinto della possibilità di poter tornare in partita con un altro candidato. Nei ‘desiderata’ del Cavaliere ci sarebbero i due ‘soliti noti’ e cioè Giuliano Amato e Massimo D’Alema, nomi presenti nella rosa che Bersani aveva recapitato all’ex capo del governo prima di siglare un accordo su Franco Marini. Certo, a palazzo Grazioli, si ha la consapevolezza che con un Pd così dilaniato la strada per eleggere i due è molto complicata. Ecco perché si starebbero valutando altre ipotesi come quella di Anna Maria Cancellieri, attuale ministro dell’Interno e candidato di Scelta Civica su cui il Pdl aveva pensato di orientare i suoi voti prima di optare per la decisione di non partecipare al voto. E di questo Berlusconi ha parlato in serata con Mario Monti. Altro nome che in questo momento starebbe sul tavolo del Cavaliere è quello del ministro della Giustizia Paola Severino. Silvio Berlusconi avrebbe ribadito ai suoi che il metodo resta sempre lo stesso, e cioè la disponibilità di votare un nome proposto dal Pd purché condiviso.

Ad esultare non c’è solo il Pdl. Anche il M5S di Grillo si sente vincitore di questa partita a scacchi in cui il Pd sembra giocare contro se stesso. I Cinquestelle hanno votato compatti Stefano Rodotà, il candidato al Colle “di garanzia” su cui chiamano nuovamente al voto i democratici per dare anche una prospettiva di governo al Paese. Se passa Rodotà “si aprono praterie” per la formazione del prossimo esecutivo, è l’offerta che Beppe Grillo mette sul piatto. “Rodotà non è un ‘grillino’, è un presidente di garanzia, è il presidente che vogliono gli italiani, non è un nome fatto dai partiti” sottolineano Crimi e Lombardi. Soprattutto, con Rodotà “non potrebbe che nascere una seria proposta di governo per i cittadini”.