Pd, un partito prigioniero degli intellettuali

C’è ancora qualche fuocherello acceso intorno al quartier generale del Pd, ma la situazione appare ormai sotto controllo. La vecchia nomenclatura, con la partecipazione straordinaria di Matteo Renzi e sotto l’impeccabile regia di Giorgio Napolitano ha ricondotto a ragione un partito fino a ieri pericolosamente proiettato verso un’imprevedibile conta interna. Mal di pancia e fibrillazioni persistono ma il peggio è passato. La scissione, se mai ci sarà, non riuscirà per ora a vanificare il tentativo del giovane Letta di formare il governo. La fiducia delle Camere arriverà tra lunedì e martedì e, se si escludono alcune defezioni al momento della chiama in Aula, nulla appare in grado di ostacolare il varo dell’esecutivo.
Quanto accaduto, tuttavia, e cioè i due mesi di interregno, l’ostinato tentativo di Bersani, la supina subordinazione allo streaming di Grillo e al feticcio del web, la funesta doppietta Marini-Prodi, i franchi tiratori, l’isterico endorsement della base in favore di Rodotà, finalmente smentito da quello pro-Napolitano del vertice resipiscente, ha evidenziato una preoccupante fragilità di quel partito che non autorizza a scommettere sul futuro radioso del nostro immaturo bipolarismo.
Se è vero che il Pdl è tenuto insieme da una leadership con tratti persino proprietari, è altrettanto innegabile che il Pd soffre esattamente dell’opposto male: l’assenza di un capo. Ma non è tutto, anche perché è prevedibile che molto presto arriverà Renzi a colmare questa grave lacuna. Solo allora, però, capiremo se il partito nato dall’incontro tra gli eredi della tradizione comunista e gli epigoni di quella cattolico-democratica, cioè i principali filoni di pensiero di cui è impregnata la nostra Costituzione, possiede ancora sufficiente autonomia politica, culturale e progettuale da poter resistere in futuro agli attacchi che presto le svilupperà contro la sinistra radicale e antiberlusconiana. Vedremo se il gruppo dirigente saprà reagire alle tante bocche di fuoco già pronte a sparare a palle incatenate contro l’inciucio con Berlusconi.
In questi ultimi anni, il Pds-Ds e infine il Pd egemonizzato dagli ex-comunisti, si è rivelato ipersensibile ad agenti esterni che ne hanno condizionato il cammino, le scelte e persino gli organigrammi. Se solo fosse possibile analizzare il ruolo di un giornale come Repubblica nella trasformazione antropologica della sinistra e del suo elettorato, ci accorgeremmo, ad esempio, di come l’abbia sapientemente accompagnato dalla lotta per il lavoro e dei diritti di classe a quella dei diritti individuali. Dal quarto stato al terzo sesso, si potrebbe sintetizzare. Vero è che l’innovazione tecnologica ha irrimediabilmente invecchiato i diritti sociali nati dalla Rivoluzione industriale, ma è anche vero che non una parola riesce a dire la sinistra ufficiale sui diritti del lavoro nell’era digitale. Anche qui, o ci si trincera nell’intangibilità dello Statuto dei Lavoratori, varato circa mezzo secolo fa, o si parla d’altro. Lo stesso vale per l’altro referente del Pd, cioè le procure combattenti. Un tempo Magistratura Democratica, corrente togata vicina al Pci, teorizzava l’affermazione di una giustizia di classe che assumesse il contesto del degrado, del disagio e del bisogno come fattore potenzialmente rivoluzionario. Tutt’altra cosa rispetto al peloso ed ipocrita legalitarismo odierno alla cui obbedienza è stato prontamente richiamato il Pd ogni qualvolta abbia tentato di contribuire al varo di qualche riforma. E il discorso potrebbe continuare.
È proprio la mutazione genetica della cultura di quel partito ad impedirgli ancor oggi di poter chiudere senza contorcimenti e spasmi atroci un accordo con un leader, Berlusconi, che da vent’anni è il protagonista assoluto della politica italiana. Sarebbe stato soddisfacente ascoltare da un parlamentare del Pd dichiarare che non avrebbe mai votato Rodotà per il semplice fatto che si era espresso in favore della tesi dell’ineleggibilità del Cavaliere, una tesi che fa a cazzotti con quel principio di realtà con il quale è chiamato a misurarsi tutti i giorni qualsiasi politico degno di questo nome. Non è un caso che a richiamarlo sia stato uno della vecchia scuola, Giorgio Napolitano, che molto meglio dei suoi più giovani compagni sa bene che c’è un tempo per litigare e un tempo per decidere.
A nessun partito, sia chiaro, può essere chiesto di divorziare dai propri elettori ma il Pd ha fatto addirittura di peggio. Li ha consegnati in comodato d’uso a Repubblica, ai Santoro, ai Travaglio, ai Flores d’Arcais che li hanno modellati a proprio uso e soprattutto consumo rimpiazzandovi l’antico odio di classe contro la borghesia con quello molto più maneggiabile e remunerativo contra hominem. In poche parole, si è completamente ribaltato il rapporto tra intellettuali e partito faticosamente disegnato da Togliatti nel secondo dopoguerra per realizzare il concetto di egemonia sulla società borghese teorizzato da Gramsci. Lo imparò a sue spese un letterato del calibro di Elio Vittorini che il Migliore volle alla direzione de Il Politecnico in funzione di pontiere verso la piccola borghesia italiana in avanzato stato di proletarizzazione per effetto della guerra appena finita. L’esperimento fallì per l’impossibilità di ricondurre Vittorini al ruolo di intellettuale organico. Togliatti non fece una piega, anzi dalle colonne di Rinascita lo salutò con un beffardo Vittorini se n’é gghiuto e soli ci lasciati. Non c’è che dire: davvero formidabili quegli anni.