Nel Pd la base mugugna: non vogliamo morire democristiani

Le cronache politiche odierne si soffermano sui dubbi, gli scoramenti e le incertezze dei militanti democratici che si sono riuniti ieri alla sede storica della Bolognina per l’iniziativa “resetPD” (cui era presente anche il figlio di Romano Prodi, Giorgio). Dalla svolta storica di Achille Occhetto, che proprio da lì avviò i primi passi, alle rottamazioni successive, si è arrivati all’oggi: i militanti si lamentano: “Non vogliamo morire arancioni o sbiaditi. Non vogliamo morire democristiani”. Il rimedio? Secondo loro bisogna azzerare, resettare, rottamare, con la furia di chi vuole sbianchettare una classe dirigente che non si è rivelata all’altezza. E per fare cosa? Per recuperare lo spirito della sinistra originaria o per piegarsi all’ideale liquido del pragmatismo hinc et nunc? E già, perché Enrico Letta, classe 1966, è proprio il personaggio giusto, anche anagraficamente, per poter tagliare i ponti con l’immaginario della sinistra di un tempo, lui che è cresciuto a Drive In e dischi degli U2. Un leader della sinistra “carina”, dialogante, postideologica, senza alcuna compromissione con gli orrori del comunismo. Si direbbe l’approdo giusto della filosofia della rottamazione. Invece no. Gli insorgenti della Bolognina mettono Letta nel gran calderone dei dirigenti disastrosi, che devono andarsene, che hanno fatto il loro tempo. Il lei motiv delle critiche al suo tentativo da premier è sempre lo stesso: che farà? Si occuperà degli esodati o delle leggi per Berlusconi? Non bruciano tessere ma si capisce che rimpiangono i tempi rassicuranti in cui l’antiberlusconismo copriva la mancanza di progetti. Ma hanno sempre la stessa consolatoria presunzione: se muore il Pd, muore il Paese. Ma non è già morto, il Pd?