Napolitano, lacrime e applausi alla Camera. «Serve un governo, basta scontri tra piazze e Parlamento»

Voce rotta dall’emozione, occhi lucidi, Giorgio Napolitano entra in aula e parte la standing ovation. Lui è commosso, parla e a più riprese si interrompe, fanno capolino le lacrime quando ricorda la sua storia e quando lancia i suoi appelli alle forze politiche, le striglia, le minaccia di trarne le conseguenze se non collaboreranno: parla della crisi, della necessità di affrontarla tutti insieme, bacchetta i Cinque Stelle, l’idea della piazza a prescindere dalla proposta, chiude con un auspicio sulla maturità della democrazia dell’alternanza, con la ricerca di soluzioni condivise quando ve ne sia la necessità. Il discorso che segue il giuramento è a più riprese interrotto dagli applausi scroscianti di tutto l’emiciclo, tranne i grillini, che restano immobili, in segno di dissenso, seppur in piedi. «Non ho accolto il secondo mandato con illusioni salvifiche, prendo l’incarico con responsabilià e le porterò avanti fino a quando le forze me lo consentiranno, oggi inizia un cammino da percorrere con passione tutti insieme, viva il Parlamento, viva la Repubblica, viva l’Italia», è la chiusura di Napolitano. E scatta l’ennesima standing ovation. Il punto del discorso è questo: «Ho accolto l’invito a prestare di nuovo giuramento come Presidente della Repubblica. L’ho accolto anche perché l’Italia si desse nei prossimi giorni il governo di cui ha bisogno. E farò a tal fine ciò che mi compete: non andando oltre i limiti del mio ruolo costituzionale, fungendo tutt’al più, per usare un’espressione di scuola, “da fattore di coagulazione». Il suo discorso inizia con un ringraziamento per la fiducia concessagli: «La rielezione non si era mai verificata, pur non essendo esclusa dal dettato costituzionale, che in questo senso aveva lasciato schiusa una finestra per tempi eccezionali. Ci siamo dunque ritrovati insieme in una scelta pienamente legittima, ma eccezionale».  Ma poi erano partite le bordate alle forze politiche: «Convenienze, tatticismi e strumentalismi». Ecco, per Giorgio Napolitano “che cosa ha condannato alla sterilità o ad esiti minimalistici i confronti tra le forze politiche e i dibattiti in Parlamento” . Il Capo dello Stato si scaglia contro i partiti per le mancate riforme, che lui per sette anni ha sollecitato: «Imperdonabile resta la mancata riforma della legge elettorale, che ha prodotto una gara accanita per la conquista, sul filo del rasoio, di quell’abnorme premio, il cui vincitore ha finito per non riuscire a governare».  Sulle riforme, «ho speso tutti i possibili sforzi di persuasione, vanificati dalla sordità di forze politiche che pure mi hanno ora chiamato ad assumere un ulteriore carico di responsabilità per far uscire le istituzioni da uno stallo fatale. Ma ho il dovere di essere franco: se mi troverò di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al paese», minaccia Napolitano. E rilancia gli appelli alla responsabilità: «Non si può più, in nessun campo, sottrarsi al dovere della proposta, alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva per le riforme di cui hanno bisogno improrogabile per sopravvivere e progredire la democrazia e la società italiana». Re Giorgio affronta i temi della crisi, parla di sfide, prove da superare, cita un suo intervento dell’agosto 2011 sottolineando che sono parole ancora attuali. Poi lancia l’allarme sulla “tensione e il disordine nei rapporti tra diversi poteri dello Stato e diverse istituzioni costituzionalmente rilevanti” e strappa ancora applausi chiedendo unità sulle missioni dei militari all’estero. Giorgio Napolitano sottolinea l’importanza del lavoro dei saggi, “documenti di cui non si può negare, se non per gusto di polemica intellettuale, la serietà e concretezza”. «Ed è da quei documenti che bisogna ripartire. Lo chiede il Paese, stremato dalla crisi».  I messaggi sono anche per i grillini: «Apprezzo l’impegno con cui il M5s ha mostrato di volersi impegnare alla Camera e al Senato, guadagnandovi il peso e l’influenza che gli spetta: quella è la strada di una feconda, anche se aspra, dialettica democratica e non quella, avventurosa e deviante, della contrapposizione tra piazza e Parlamento», così come la contrapposizione tra rete e partiti. Grillo non avrà gradito.