Marò, si aspetta la decisione della corte. Il carcere per i due è ancora possibile

Il “metodo indiano” continua a funzionare, e l’Italia non ha saputo fare niente per proteggere i suoi militari in missione internazionale di pace. Nuova udienza domani 16 aprile della Corte suprema indiana sulla allucinante vicenda dei marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. A 14 mesi dal loro arresto, i due militari italiani non sanno ancora in che modo sarà esaminato l’incidente al largo delle coste del Kerala, che li vede coinvolti, e in cui persero la vita due pescatori indiani. In una sentenza del 18 gennaio scorso del giudice Altamas Kabir – che oggi è anche presidente della stessa Corte – si stabiliva l’assenza di giurisdizione da parte dello Stato del Kerala ma l’esistenza di quella dello Stato centrale, e si disponeva la creazione di un tribunale speciale a Nuova Delhi dove i fucilieri del San Marco sono stati poi immediatamente trasferiti. Kabir lasciava anche aperta la possibilità da parte dell’Italia di sollevare ancora una volta la questione giurisdizionale, appellandosi all’articolo 100 della Convenzione sul Diritto del Mare (Unclos). Ma in tre mesi il governo indiano non è stato in grado di definire un percorso che comprendesse una inchiesta totalmente nuova e la costituzione del tribunale ad hoc. Un piano che, con tutta probabilità, dovrebbe essere svelato domani dal procuratore della Repubblica, Goolam Essaji Vahanvati. Latorre e Girone, che sono ospitati nella residenza dell’ambasciata d’Italia, non saranno in aula, mentre vi tornerà quasi certamente l’ambasciatore d’Italia Daniele Mancini, dopo le tensioni sulle limitazioni imposte ai suoi movimenti dalla Corte suprema nel momento quando sembrava che i marò non dovessero più fare rientro in India e violare così una dichiarazione giurata della stessa Repubblica italiana. Si dovrebbe chiarire inoltre quale sarà la polizia incaricata di svolgere le nuove indagini sull’accaduto – quelle del Kerala non possono essere prese in considerazione – fra l’organismo antiterrorismo (Nia) e quello criminale (Cbi), tenuto conto delle assicurazioni fornite dal governo indiano a quello di Roma – assicurazioni che il governo indiano nega di aver fornito, contrariamente a quanto asserito dal governo Monti – rispetto alla non applicazione in nessun caso di reati che prevedano la pena di morte. Se fosse la Nia a incaricarsene, sarebbe anche difficile mantenere per i due marò le prerogative della libertà dietro cauzione perché gli imputati indagati dalla Nia sono generalmente sotto custodia in carcere.